Ella pareva fatta d'argento vivo, la Gilda, e il dottor Grolli, con tutta la sua riputazione d'uomo rigido e austero, non riusciva a domarla. Avvezzo a esercitare la sua autorità su giovani maturi, egli si trovava sconcertato di fronte alle graziette e alle malizie infantili della sua pupilla, e non sapeva mai quando fosse il momento di allentare e quando quello di stringere il freno. Inoltre egli stesso era inetto a rendersi conto di ciò che provasse verso la Gilda. Talora lo vinceva un prepotente desiderio dell'antica quiete e lo infastidiva questa fanciulla ch'era venuta a turbarla, ma più spesso prevaleva nel suo animo un senso di compassione per l'orfanella che non aveva altri al mondo che lui.
Era pieno di queste contraddizioni. Usciva talvolta dalla sua camera a intimar silenzio alla bimba che disturbava i suoi studi, e poi, se stava una mezz'ora senza udir la sua voce, gli pareva che gli mancasse qualche cosa, e s'arrestava con la penna sospesa fra l'indice e il pollice, e tendeva l'orecchio, nè ripigliava il lavoro finchè il noto suono non tornasse a ferirlo. Del resto, quando la Gilda era in casa, i momenti di silenzio assoluto erano estremamente rari. Ella s'intratteneva ora coi due gatti Mao e Meo a cui aveva infuso una insolita vivacità, ora con due cardellini ch'ella aveva indotto lo zio a comprarle, ora con la sua pupattola Mimi, ora con la sua cucina di stagno. Nelle grandi occasioni si arrampicava sui mobili, provocando acutissime strida da parte della signora Dorotea, la quale non lasciava sfuggirsi il destro di dichiarare solennemente: — Ancora uno o due giorni, e poi la faccio finita io.
Ma sebbene la signora Dorotea non la facesse finita mai, e la Gilda continuasse a stringere il suo piccolo scettro, è facile immaginarsi che l'ambiente in cui la fanciulla cresceva non era il più propizio alla sua tempra e ai bisogni dell'età sua. Ella era la sola vita giovane che si agitava in quel ritiro, era una rosa sbocciata per un capriccio del caso sopra un dorso di monte che alimenta appena qualche abete solitario. Nessun canto rispondeva al suo canto, nessun visino allegro s'incontrava col suo sul pianerottolo o per la scala. Tutta la casa albergava gente seria e taciturna, ma il quarto piano poi aveva per inquilini tre vere mummie. Un colonnello in pensione, terrore dei giovani di restaurant a cui gli accadeva spesso di gettare i piatti nel viso; una vecchia galante, che disingannata del mondo passava la giornata a snocciolar rosari; un signore misantropo, che raccoglieva monete antiche senza permettere a nessuno di vederle: ecco i tre personaggi esotici nei quali la Gilda si imbatteva talvolta uscendo a prender aria sulla ringhiera. Le scorrerie della bimba parevano ai tre fossili una enormità; essi avrebbero fatto volentieri una protesta cumulativa al padrone di casa, se il farla non avesse reso necessario di riunirsi e d'intendersi prima. Ma poichè le riunioni non formavano parte del loro sistema di vita, s'eran contentati di rivolgere isolatamente le loro lagnanze alla portinaja, la quale aveva un po' in uggia la Gilda, dopo che un giorno, mentr'ella attraversava il cortile, una palla di guttaperca caduta dal quarto piano era venuta a piombarle sopra il chignon.
Per trovare un amico ed un alleato la Gilda doveva scendere tutte le scale, uscir dal portone e recarsi nel magazzino del signor Gedeone Albani. Ivi spadroneggiava per un paio d'ore al giorno il figlio del signor Gedeone, Mario, ragazzo che aveva cinque anni più della piccola Natali, e che, fin dal primo vederla, le aveva fatto a bruciapelo una dichiarazione di simpatia. — Sei proprio bella; mi piaci.
Mario passava due ore il giorno nel magazzino per volontà espressa del padre, il quale desiderava iniziarlo nel commercio e diceva che l'essenziale era d'imparar presto a conoscere i generi. A raggiunger l'intento, il fanciullo cacciava le mani nei campioni di zucchero e se ne riempiva la bocca, sbucciava le mandorle e pronunziava il suo autorevole giudizio sulla loro qualità, ma non si mostrava mai tanto appassionato per la conoscenza dei generi quanto all'arrivo delle cassette dei datteri di Tunisi. Pel caffè, pel grano, pel pepe egli aveva uno scarso trasporto; non isdegnava invece di assaggiar la gomma arabica e il sugo di liquirizia. Sempre allo scopo di far confidenza con le mercanzie, Mario ora sedeva, come sopra un trono, sopra una balla di baccalà, ora si metteva a cavallo di un bariletto di aringhe gridando hop, hop, come se si trattasse di un cavallo in carne ed ossa. Ma ove i suoi meriti brillavano di luce più viva si era nel mettere la marca G. A. sopra i colli che si facevano in magazzino. Qui egli sfoggiava realmente una rara sicurezza di mano e un senso squisito delle proporzioni, e il signor Gedeone rimaneva spesso estatico dinanzi all'opera di suo figlio.
La Gilda, quantunque non fosse destinata al commercio e non avesse alcun bisogno di acquistar la conoscenza dei generi, si divertiva moltissimo in mezzo al movimento del fondaco, e non ricusava di accettare qualche dattero da Mario, le cui birichinate la esilaravano fuor di misura. Ma ciò ch'ella ambiva sopra tutto si era di porgergli il pennello quand'egli si accingeva alla delicata operazione di far le marche. Le pareva in questo modo di diventare collaboratrice dell'amico suo. Gli uomini del magazzino, avvezzi ormai a trovarsela sempre fra i piedi, la chiamavano scherzosamente la Trottola, e il signor Gedeone non la vedeva neppur lui di mal occhio, e le permetteva di assistere alle sapienti manipolazioni delle sue mercanzie. Poichè il signor Albani aveva adottato a questo proposito un principio tecnologico assai profondo, che si riassumeva così: Ogni articolo nel suo stato naturale è difettoso, ma ogni articolo può rendersi perfetto mercè opportune mescolanze. Ligio a una massima tanto ragionevole, l'egregio negoziante temperava con qualche spruzzo di farina la dolcezza nauseante dello zucchero, e diminuiva l'aroma esagerato del tè coll'introdurre nelle cassette chinesi qualche po' di camomilla e di malva.
Le lunghe dimore della Gilda nel magazzino Albani non andavano punto a genio alla signora Dorotea, la quale si lagnava che i vestiti della bimba s'impregnassero di un acuto odore di baccalà e di sardelle salate, e scendeva talvolta dall'altezza del suo quarto piano a impadronirsi della piccola ribelle. Nè per solito la Gilda cedeva senza opposizione, che anzi Mario Albani l'aizzava e l'aiutava a resistere. Un giorno fra gli altri, giorno nefasto per la signora Dorotea, mentre la buona vedova era curva sulla Gilda che si rotolava sul pavimento, il terribile ragazzo afferrò il suo pennello e in un batter d'occhio le dipinse sulla schiena un magnifico G. A. che provocò le sonore risate di tutti i presenti. È facile immaginare lo scandalo che ne successe. La signora Dorotea chiese al signor Albani seniore una soddisfazione immediata dello sfregio fattole dall'Albani juniore; indi Mario s'ebbe tosto una tiratina d'orecchi, e alla Gilda fu vietato l'accesso nel magazzino. Però la proibizione non istette molto a diventar lettera morta, e i due fanciulli tornarono a vedersi quasi ogni giorno.
Del resto, pareva destino che la Gilda non dovesse avere che de' gusti bislacchi. In casa, quando suo zio voleva usarle una finezza, egli non aveva che da condurla nel suo laboratorio chimico. Ella rimaneva a bocca aperta dinnanzi ai suoi esperimenti, voleva saper tutto e capir tutto, e andava superba se il professore le ordinava di portargli una boccettina di sali, di chiudere una chiavetta, di soffiare in un fornello.
— Non ci mancava che questa... proprio — brontolava la signora Dorotea. — Son matti, zio e nipote, matti tutti e due... Guardate un po' se una ragazza deve stare in quei luoghi lì a insudiciarsi le mani e il vestito... Stia piuttosto in cucina, impari a metter la pentola al fuoco, e non s'immischi in quelle diavolerie... Oh i dotti!... Che piaga!... Non sono contenti di guastarsi da sè l'anima e il corpo... vogliono guastare anche gli altri...
La Gilda aveva sette anni allorchè il suo amico Mario fu mandato in un collegio della Svizzera. Le disposizioni commerciali del ragazzo sembravano assai mediocri. Egli continuava ad approfondirsi nella conoscenza dei generi, continuava a dipingere sui colli di mercanzie la marca G. A., ma aveva una negativa assoluta pei conti e ripeteva sempre che voleva fare il pittore o il soldato. Il signor Gedeone non dubitava, però, che alcuni anni di soggiorno in un convitto commerciale avrebbero corretto il figliuolo da queste ubbie.