Al professore s'era nella notte gonfiato il piede in conseguenza della storta riportata il giorno innanzi, ed egli aveva potuto a fatica trascinarsi dal letto fino ad una poltrona che si trovava accanto alla finestra. Non era nulla, ma bisognava stare almeno una settimana in riposo.
Il riposo del professore significava la prigionia della Gilda, la quale si sarebbe annoiata non poco della sua clausura, se Mario Albani non avesse voluto dare a lei e a suo zio una prova di vera amicizia col partecipare alla loro sorte. Com'era buono il signor Mario, com'era gentile!
La mattina per tempo egli veniva a chiedere le notizie del professore Romualdo, salutava attraverso la parete la Gilda che era ancora mezzo svestita nella sua camera, e poi se ne andava a girar pei monti con un libro, col suo album e la sua scatola di colori. Nell'uscir dall'albergo egli guardava la finestra della giovinetta, e i suoi occhi s'incontravano sovente in quelli di lei, ch'era presso al davanzale ravvolta nel suo accappatoio. Ella lo salutava con la mano e gli gridava: — A rivederci a mezzodì.
E a mezzodì in punto il pittore sedeva alla mensa dei due prigionieri. Sulla tavola, ch'era apparecchiata accanto alla poltrona dello scienziato, egli deponeva tutti i giorni alcuni fiori colti nella sua passeggiata mattutina, poscia, durante il pranzo, discorreva con la sua consueta vivacità d'arte, di letteratura, di viaggi, riuscendo qualche volta a richiamare un sorriso financo sulle labbra dell'austero professore.
Dopo il desinare, egli prendeva i suoi pennelli, piantava il suo cavalletto, e faceva seder la Gilda sopra una seggiola in mezzo alla camera tentando di ritrarne le sembianze sulla tela. Non aveva mai lavorato con maggior passione, con maggior impegno, con più ardente febbre d'artista. Pure i suoi entusiasmi erano interrotti da scoraggiamenti profondi, e in quegli istanti la sua pittura gli sembrava misera, fredda, e avrebbe voluto distruggerla. La Gilda gli leggeva negli occhi quei moti subitanei dell'anima e sorgeva con energia straordinaria a difendere un'opera ch'ella amava d'un amore singolare, quasi materno. Talora il professore era chiamato arbitro nella questione; egli doveva decidere se il ritratto prometteva di somigliare all'originale, o era invece uno sgorbio, una profanazione, come diceva Mario nei suoi accessi di pessimismo. E il professore, che in fatto d'arte se ne intendeva pochino, dava ragione alla nipote, ma con certi argomenti che non sarebbero stati i più acconci a persuadere l'artista, s'egli non fosse tornato da sè a più miti consigli.
Quelle sedute duravano circa tre ore. Per solito, alle quattro, Mario usciva di nuovo per tornar verso le sette. Durante la sua assenza, la Gilda adempiva coscienziosamente all'ufficio di segretario dello zio, scriveva per lui qualche lettera sotto dettatura, o gli ricopiava con la sua nitida calligrafia qualche articolo da mandare all'una o all'altra Rivista scientifica. Negli intervalli, ella trovava sempre la maniera di far cadere il discorso sull'Albani e sulla buona stella che lo aveva messo sul loro cammino. Oppure si fermava davanti al ritratto, che, nonostante le ubbie del pittore, procedeva rapidamente, e, diceva lei, avrebbe finito col dare scacco all'originale. Sì, ella voleva un gran bene a quella mezza figura di giovinetta ch'ella aveva visto emerger dal nulla, e pallida, scialba, disegnarsi appena sulla tela quasi fantasma fuggitivo sulla parete, e d'ora in ora, di minuto in minuto, acquistare il rilievo, il colore, la vita, il sorriso, come se avesse sangue, e muscoli, e nervi.
— Sono una vanerella — ella osservava talvolta. — Innamorarmi della mia immagine, come Narciso!
Ma era ella ben certa di non accusarsi a torto? Ammirando il proprio ritratto, ammirava forse sè stessa?
Tanto per spigrire le membra, ella scendeva ogni giorno a far quattro passi davanti all'albergo, non dilungandosene mai in modo che il professore non potesse dalla finestra vederla e parlarle. Fulmine, il vecchio cane di casa, che in quell'ora dormiva per solito attraverso la soglia, le si metteva a fianco con molta galanteria nelle sue passeggiate microscopiche, e sembrava disposto ad accompagnarla molto più in là, ovunque ella avesse voluto. Ordinariamente la Gilda restava fuori fino al ritorno di Mario. All'arrivo del pittore, i due giovani facevano un paio di giri insieme, poi salivano entrambi dal professor Romualdo.
L'ostessa serviva per le otto una cena frugale, il cui piatto più importante era una trota pescata in un laghetto a poche ore di cammino. Dopo cena si chiacchierava, si leggeva. Mario aveva trovato in salotto, fra gli altri libri, il primo volume delle poesie di Longfellow, e sapendo discretamente l'inglese, traduceva ad alta voce l'Evangelina; indi sbozzava col lapis alcune tra le scene di quel pietoso racconto. Qualche sera l'oste chiedeva licenza di prender parte alla conversazione, e insieme con lui veniva anche Fulmine, scodinzolando e fregandosi carezzevolmente intorno a Mario e alla Gilda. In queste solenni occasioni il signor Emanuele (che era l'oste) si permetteva di far sturare in onore dei suoi ospiti una bottiglia, di cui, pure in loro onore, egli beveva almeno i due terzi. Il vino però non lo rendeva espansivo; anzi condensava la sua eloquenza in certi ma! sonori che egli emetteva dal labbro a intervalli regolari di due o tre minuti. Poi lasciava cader la testa sul petto, chiudeva gli occhi, apriva la bocca e dormicchiava fino alle dieci, ora nella quale il professore voleva andare a letto, e Mario e la Gilda si ritiravano ciascuno nelle proprie stanze.