Questa distribuzione della giornata subiva lievi modificazioni quando il tempo, che non s'era mai rimesso al bello, era tale da non permettere a Mario d'uscire. Allora egli supplicava umilmente che gli si accordasse una più lunga ospitalità, e la Gilda, col piglio d'una castellana del medio evo, gli concedeva di rimanere. Nè certo il professore poteva mettere il suo veto alla onesta domanda.

Il ritratto volgeva al suo termine. All'ottava seduta, nell'ora in cui Mario soleva deporre i pennelli, egli disse alla Gilda: — Non vado via, sa, oggi... Ho una buona giornata e voglio finire... Rimanga al suo posto.... Pieghi un po' la testa verso sinistra... Così... sorrida...

— Dio mio!... Non faccio altro da una settimana.

— È vero, ma oggi soltanto mi par di cogliere la giusta espressione di quel suo sorriso... Ah sì, sì... ecco.

E il pittore, tiratosi due passi indietro, mirava con compiacenza l'opera sua. Il professore Romualdo, ch'era in via di guarigione e camminava senza difficoltà per la stanza, venne a collocarsi dietro a Mario e non potè a meno di esclamare: — Bravo! È parlante.

L'Albani si rimise tosto al lavoro. Il suo occhio scintillava, un fremito gli correva tutte le membra, la punta del suo piede batteva impaziente sul pavimento, mentre il suo pennello sicuro ora sfiorava, ora mordeva la tela, creando sul suo passaggio nuovi effetti d'ombra e di luce, spirando un soffio potente in quella bella testa di vergine.

Ancora un tocco, un altro, e poi Mario depose la sua tavolozza, si ravviò con la mano i capelli e disse: — Si alzi, signora Gilda; è finito.

Un grido d'ammirazione proruppe dal labbro della giovinetta quand'ella vide il ritratto compiuto. Ella ne aveva seguìto i progressi con fede incrollabile, ma la riuscita superava ogni sua aspettativa.

— Oh signor Mario, ha fatto miracoli oggi — ella soggiunse commossa. — E dire che se non ero io, avrebbe lacerato questa tela una mezza dozzina di volte...

— È stata la mia collaboratrice — egli rispose — Ha mantenuto il mio coraggio. Dovrò tutto a lei.