— Che c'è! Che è accaduto? — tornò a domandare la signora Dorotea quando vide comparirsi davanti la Gilda pallida e stravolta.
La Gilda appoggiò i gomiti al tavolino, si nascose il viso tra le palme e ruppe in singhiozzi.
— Ma insomma? — ripetè la vedova, avvicinandosi.
— Oh, signora Dorotea — proruppe la giovinetta, per la quale la buona femmina era divenuta in questo momento una difesa e un rifugio — non conosco più lo zio Aldo.
— Spiegati dunque...
Quando la ragazza ebbe narrato l'accaduto, la signora Dorotea tentennò il capo e congiunse le mani. — Il cuore me lo diceva... Odiarti? Lo zio Aldo?... Sciocchina che sei... Ah, se tu avessi avuto giudizio!... Ma pur troppo la gioventù di oggi si appiglia al peggio.
— O signora Dorotea, che dice mai? — riprese la Gilda, diventando scarlatta di pallida ch'era.
— Lo so, non c'è rimedio... Hai dato la parola a quell'altro... e la parola, capisco, bisogna tenerla... Ma povero professore!... Questo matrimonio gli costerà la vita... E adesso dove sarà andato, dove sarà andato? — ella proseguì, colta da un subito spavento. — Voglia il cielo ch'egli non faccia qualche sproposito.
— No, per carità, non lo pensi nemmeno — gridò sbigottita la Gilda, che aveva trovato nuove inquietudini dove era venuta a cercare un conforto. — Dio mio; sono pure infelice!
Il professore era corso via senza saper dove andava, senz'altro desiderio che quello di trovarsi all'aperto.