— Sicchè... io non ho fatto la mia lezione?
— Eh pare... Anzi temevamo che non istèsse bene.
Il professore si allontanò tutto confuso. In diciotto anni d'insegnamento non gli era accaduta una cosa simile.
XIX.
Le esagerate apprensioni delle due donne si dissiparono a veder tornare il professore sano e salvo a casa. Egli però non lasciò loro il tempo di far commenti; entrò difilato nella sua camera e vi si chiuse a chiave. A desinare non disse una parola; teneva gli occhi sprofondati nel piatto e mangiava macchinalmente. Più volte la Gilda avrebbe voluto rompere il ghiaccio, ma gliene era sempre mancato il coraggio. Era così nuova, era così impreveduta la sua situazione di fronte allo zio! Anche la signora Dorotea si sentiva incapace di aprir bocca, ed è tutto dire. Dopo pranzo, il professore Romualdo tornò a chiudersi nella sua stanza, e la Gilda e la signora Dorotea, inquiete di nuovo, rimasero a vigilare in salotto. A un certo punto la signora Dorotea, avvicinatasi all'uscio che metteva nella camera del professore, si chinò a guardare attraverso il buco della serratura.
— Non c'è nessuno — ella disse.
— Sarà in laboratorio — osservò la ragazza, e passando nel luogo di sbarazzo, ch'era contiguo al laboratorio, appoggiò l'orecchio alla parete.
Si sentiva un tintinnìo di vetri e un suono di passi. Non c'era dubbio; il professore attendeva a uno dei suoi esperimenti.
— Solite diavolerie! — borbottò la signora Dorotea, non tranquillata che a mezzo — Una volta o l'altra va in aria la casa.
— Le sue analisi chimiche, le sue dimostrazioni geometriche, ecco ciò che gli preme soprattutto — pensò la Gilda, e si persuase che le sue inquietudini non avevano alcun fondamento. Però è così capriccioso questo cuore umano, che una tale persuasione le diede più noja che altro.