— Non mentire, Mario... Io t'ho conosciuto nei tempi in cui la fiamma dell'arte ti splendeva negli occhi e movevi incontro all'avvenire con fronte alta e sicura... Allora la tua mente era piena di immagini, il tuo album era pieno di disegni... da più mesi tu non fai nulla... oh è inutile che tu accenni di sì col capo... Puoi mostrarmi, non dico un tuo quadro, ma un tuo schizzo, ma una linea segnata dalla tua matita?... Lo puoi?
— Tu eri malata, Gilda...
— Oh, le inquietudini sul conto mio sono cessate da oltre un mese. Che hai fatto in questo mese?... Lo vedi, tu taci...
— Sei un giudice inesorabile — egli disse, quasi piangendo di dispetto e di rabbia.
— Sono un giudice clemente. Tu ti dibatti in una lotta tremenda fra ciò che stimi il tuo dovere e il desiderio immenso di libertà che ti affanna. Va, Mario; dal tuo dovere, s'è tale, io ti sciolgo; la tua libertà, io te la rendo... Va... io ti apro la gabbia, povero prigioniero.
Mario si trovava in una condizione d'animo ben singolare. La libertà che gli era offerta egli la sospirava come l'assetato sospira una goccia d'acqua, eppure all'idea di accettarla gli salivano al viso i rossori della vergogna; egli doveva riconoscere che la Gilda aveva ragione, che l'amore ch'egli le aveva portato non era sopravvissuto allo strazio della sua bellezza, eppure sentiva che mai come adesso ella era stata degna di essere amata.
E intanto lo sguardo della giovinetta non si staccava da lui e sembrava dovergli legger nell'anima i più riposti segreti.
— Ascolta — egli le disse infine — oggi, per quanto io facessi, le mie parole non ti persuaderebbero... Ma domani?
— Domani? — ella ripetè distratta.
— Sì, consentimi di ritentar la prova...