— S'egli mi amasse davvero! — pensò la Gilda. Ma seppe frenar la sua commozione, e rivoltasi a Mario con apparente tranquillità, lo licenziò con queste parole: — Allora ci diremo addio domani.

Per quel giorno ella non lasciò trapelar nulla del colloquio avuto col suo fidanzato, e deluse la curiosità della signora Dorotea, che voleva sapere il perchè di quella sconvenienza del chiudere gli usci per di dentro.

Il giovine pittore partì di là che aveva la febbre addosso. Che fare?... Poteva esserci un dubbio su ciò che doveva fare?... Doveva dire alla Gilda: — la sventura ha stretto di più il vincolo che ci unisce; ora più che mai voglio farti mia sposa... — Ma se non l'amava, se non era in poter suo di amarla?... Se aveva questa fatalità di non saper amare che un bel viso? Se col suo eroismo non fosse riuscito che a sacrificar sè e a rendere infelice lei?... Era già dubbio se il matrimonio si conciliasse col suo spirito mobilissimo, anche quando si trattava di sposare una giovine avvenente, florida, vispa... ma il matrimonio con una malata?... Perchè la Gilda ormai era una malata e sarebbe stata tale per un pezzo... Invece di averla compagna nelle sue peregrinazioni artistiche, avrebbe dovuto vegliarla, assisterla... e queste qualità d'infermiere egli non le possedeva... In mezzo alle cure del nuovo suo stato si sarebbe spenta del tutto la sua ispirazione già illanguidita, e allora... che avvenire per lui, che avvenire per la Gilda!

Quando noi rifuggiamo da un grave sacrifizio, ci piace assai spesso ripararci dietro l'idea che quel sacrifizio non gioverebbe neppure a quelli per cui dovremmo farlo, e così Mario concludeva volentieri i suoi ragionamenti col dirsi che la Gilda sarebbe stata infelice sposandolo.

Pure una fiera lotta si agitò nel suo spirito, e ne portava le tracce il foglio pieno di pentimenti e di scancellature che la Gilda ricevette il dì appresso: — «Crudele, crudele, perchè suscitar la tempesta nella mia anima? Io seguivo la via che mi pareva la sola buona, la sola onorevole; tu con amara schiettezza hai voluto mostrarmene le insidie e i pericoli, tu mi hai detto che non potrei percorrerla senza uccidere, qual ch'esso sia, questo mio ingegno d'artista. È un'idea che mi toglie la pace. Tutti devono essere qualche cosa nel mondo; io, che sarei se non sono un pittore?... Non auguro al mio peggior nemico la notte che ho passato... Ripensavo alle tue parole, e, a vicenda, ti adoravo, ti ammiravo, ti colmavo di vitupèri... Sì, la tua generosità è spietata... tu puoi darmi licenza d'essere un vile, non puoi impedirmi di credermi tale... Vedi in qual bivio m'hai messo. O restare, con l'incubo di non esser più atto a far nulla; o partire vergognandomi della mia condotta... Ebbene, parto, cerco il moto, l'aria, la luce, di cui, come dici, ho tanto bisogno, cerco la lena perduta. Se farò un capolavoro, lo dovrò a te. A ogni modo, non ripatrierò prima di aver assodata la mia riputazione d'artista. E tu, Gilda?... Non oso venire a stringerti la mano; sarò già in viaggio quando riceverai questo foglio... Tu meriti un uomo migliore di me, tu lo troverai senza dubbio... Ma, se tu fossi libera al mio ritorno, potrei sperare di non esser respinto?... Se ti riesce, non disprezzarmi, e fa che non mi disprezzi il tuo ottimo zio... È troppa audacia chiedere una tua lettera, almeno una, a Zurigo, ferma in posta? Addio, addio.»

In conformità a quanto egli scriveva, Mario era partito con la prima corsa, diretto sulla linea di Modane. Giunto a Torino, vi si trattenne per poche ore affine di salutarvi suo padre, il quale si trovava colà per ragioni del suo commercio. L'ottimo signor Gedeone fu molto addolorato, non tanto delle nozze sfumate quanto della nuova partenza di Mario, ch'egli amava sinceramente. Nondimeno egli riempì di napoleoni d'oro la borsa del figliuol prodigo e s'impegnò a non fargli mancar danaro finchè non fosse in grado di mantenersi co' propri guadagni. — Quattrini, e poi quattrini, e sempre quattrini — borbottò tristamente il signor Gedeone. — Senza contare la pigione del casino di Firenze e la spesa dell'ammobiliamento... È inutile, son fatto così; per questo figliuolo darei il sangue... con quel sugo... per averlo sempre lontano.

E il signor Gedeone cercò un sollievo alle sue amarezze domestiche nell'acquisto di una partita di farina avariata che poteva servir benissimo per la sua fornitura agli Istituti Pii.

XXII.

Il professore Romualdo stava quella mattina rivedendo i suoi manoscritti che giacevano abbandonati da tanto tempo, e come succede a chi non è in vena di lavorare sul serio e pur vorrebbe poter dire a sè stesso che non è rimasto in ozio, collocava a posto le virgole dimenticate, arrotondava l'occhiello degli e e metteva i punti sugli i. Si può tuttavia giurare che la sua mente era assorta in altri pensieri ai quali non era certo estranea una persona la cui apparizione repentina ed inaspettata lo fece scattar dalla sedia.

— Tu, Gilda?... Alzata?... A quest'ora?... Che direbbe il medico?