— Oh! — ella rispose — bisogna ormai emanciparsi dal medico... Sto bene... Vedi come mi reggo da me...

— Stai bene e sei così pallida? — esclamò il professore con inquietudine. — Che hai?

— Nulla....

— Non dirlo... Hai gli occhi gonfi, Gilda, sei agitata... Questa tua visita mattutina non è certo senza una grave ragione.

— Voglio riprender le mie antiche abitudini — ella replicò, avvicinando una seggiola al tavolino — voglio esser la tua assistente, il tuo segretario come una volta... La pecorella smarrita ritorna all'ovile... ecco tutto.

Com'ella s'accorse che lo zio Aldo stentava a raccapezzare il senso delle sue parole, estrasse di tasca un foglio e glielo porse spiegato — Leggi.

Appuntò il gomito al ginocchio, fece con la mano sostegno al mento, e stette lì a capo chino senz'aprir bocca e senza batter palpebra. Pareva una figura scolpita nel marmo.

Il professore intanto aveva divorato l'arruffatissima lettera di Mario.

— Parte? Ti lascia? — egli gridò, appena l'ebbe finita. E balzò in piedi con impeto, schizzando fiamme dagli occhi.

Ella si scosse, sollevò la testa, e rivolgendo allo zio uno sguardo soave e amorevole: — Sono stata io — gli disse — egli non fece che ubbidirmi.