La strada che saliva a zig zag intorno al monte si spiana ad un tratto. Eccoci giunti. Il rotabile corre sopra un piazzale alla cui destra sorgono tre corpi di fabbrica a uno e a due piani, alla cui sinistra verdeggia un viale di platani. Sotto il viale uomini e signore passeggiano o seggono in crocchio. Mi sembra udir pronunziato il mio nome, mi sembra che qualcuno agiti le braccia verso di me in segno di saluto. Ma il veicolo tira innanzi e non s'arresta che dinanzi a una porta ove il proprietario dello stabilimento accorre sollecito ed ossequioso, mi aiuta a scendere, mi dice di lasciar a lui la cura dei bagagli e m'affida a una vispa servetta.

Seguo la mia guida su per una piccola scala di legno, assumo da lei qualche informazione essenziale, ed entro nella stanza che mi è destinata. Proprio una cella, coi muri bianchi e il pavimento di legno, col letto di ferro, un tavolino zoppo, un cassettone piccolissimo, uno specchio chiazzato di macchie, un lavamano, un canterale, un cappellinaio, e due o tre sedie malferme. Lagnarsi è impossibile. Non c'è di meglio. Uno degli usci dà nell'andito, l'altro metterebbe in comunicazione con la camera attigua, ma è chiuso a chiave.

— È occupata quella camera? — io domando.

— Sissignore.

— E non resta libera per adesso?

— Ah nossignore. Il forestiero è qui da poco.

— E da questa parte?

— Da questa parte non c'è nulla. Il signore ha la fortuna d'aver la camera in angolo.

Meno male; sarò spiato da una parte sola. Poichè attraverso le pareti sottilissime d'uno di questi alberghi non ci sono segreti, e l'orecchio meno acuto sorprende ogni suono intimo e fuggevole. Il vicino entra, il vicino esce, il vicino apre un cassetto, il vicino si lava la faccia, si soffia il naso, si raschia la gola, sospira, il vicino.... Basta, non approfondiamo le indagini.

— Comanda altro? — chiede la rustica Colombina.