Era inutile combattere quest'idea fissa. Mi contentai di ridere.

— Riderà bene chi riderà l'ultimo, — soggiunse il conte a modo di conclusione, mentre la timonella s'allontanava.

— Crepi l'astrologo! — dissi fra me. — Tuttavia, non lo nego, l'accento solenne di Ortigli mi fece una certa impressione. Se i suoi pronostici si avverassero?... Eh, in tal caso, vi spedirei nell'agosto prossimo una corrispondenza da Monsummano o da Battaglia o da Abano.

NELLA NEBBIA

Nell'ottobre 1882 — cominciò l'architetto Marino Sala — essendo a Parigi in tre amici, l'ingegnere Giorgio Bussoli, il povero Battista de Giacomi, il pittore, ed io, ci venne il ghiribizzo di dare una capatina a Londra. Ci si andava, come suol dirsi, con la testa nel sacco; senza conoscere affatto la città, senz'avere una lettera di raccomandazione, senza sapere una parola d'inglese. Ma erano giovani, e pei giovani le difficoltà non esistono.

Senonchè, appena giunti nella grande metropoli, quasi in omaggio al proverbio paese che vai, usanza che trovi, ci si cacciò addosso un potentissimo spleen. A Parigi avevamo lasciato un bel sole; arrivavamo a Londra con la nebbia; a Parigi, bene o male, ci facevamo intendere; a Londra, tranne con un cameriere dell'albergo che balbettava un po' di francese, ci conveniva aiutarci a forza di mimica. E accadeva una cosa singolare. De Giacomi, che, ignorando anche il francese, a Parigi non s'impicciava in nulla e si rimetteva interamente a noi, a Londra era d'un'estrema loquacità, e se aveva qualche informazione da chiedere, fermava la prima persona che gli si parasse davanti e le rivolgeva il discorso in pretto veneziano. Quest'era il lato comico della situazione; perchè, naturalmente, l'interrogato restava con la bocca aperta, e Bussoli ed io ridevamo facendo andar in bestia l'amico, il quale si sfogava a dir vituperi a quella gente barbara che non capiva il dialetto di Carlo Goldoni e di Giacinto Gallina. Povero de Giacomi! Fuori della sua arte egli era una specie di sordo-muto; ma la sua arte come la sapeva! E che nome si sarebbe fatto se fosse vissuto più a lungo!

Basta; una sera noi c'eravamo allontanati molto imprudentemente dal nostro albergo, fidandoci, per ritrovar poi il cammino, in una certa abilità di orientazione che Giorgio Bussoli aveva mostrato di possedere a Parigi. Camminavamo senza uno scopo, seguendo l'invito del rumore decrescente, cosicchè, partiti da una via piena di moto e di frastuono, giungemmo in pochi minuti ad un'altra che, per Londra, poteva dirsi deserta e silenziosa; non percorsa dai trams nel mezzo, non affollata dai pedoni sui marciapiedi. Tuttavia della gente ce n'era, e bastava che ci fermassimo davanti alla vetrina di un negozio per ricevere degli spintoni da qualche passante affrettato. — In malora! — borbottava de Giacomi. — In malora! — Ma nessuno si risentiva dell'offesa. Solo una volta una donna la quale non ci aveva nemmeno toccati, cogliendo a volo l'esclamazione vivace del pittore, girò il capo e stette un momento a guardarci tra curiosa e benevola. Poscia ripigliò la sua via; sostò di nuovo pochi secondi alla svolta d'una strada; di nuovo ci guardò, e disparve.

Giorgio Bussoli, sempre pronto ad ingalluzzirsi, fece atto di voler seguirla; ma de Giacomi e io lo trattenemmo pel braccio. O che diventava matto? Non sapeva quanta prudenza fosse necessaria a Londra nell'articolo femmine? Non si ricordava di forestieri svaligiati e peggio per esser corsi dietro a qualche sirena lusingatrice? E poi di che cosa s'era invaghito? L'aveva vista bene in faccia quella donna? Che altro poteva dire di lei se non ch'ell'era alta e sottile da parere un manico di granata?

Bussoli s'arrese alle nostre ragioni, sospirando con aria patetica: — In che razza di paese siamo capitati!

La nebbia s'era fatta più densa; non c'era proprio sugo ad andare a zonzo per la città e io proposi di tornarcene addirittura all'albergo.... se si trovava la strada.