— Facilissimo, — rispose Bussoli con la sua sicumera. — Intanto front'indietro.

Su questo non c'era nulla a ridire, e per i primi cento metri si camminò d'amore e d'accordo. I guai cominciarono sotto una réclame colossale affissa all'altezza d'un primo piano alla svolta d'una strada e illuminata da un riflettore a gaz. Giorgio Bussoli sosteneva che bisognava girare di là, che su quella réclame egli aveva prima fermato la sua attenzione come sopra un faro, e ch'era tanto sicuro che quella fosse la direzione giusta quant'era sicuro di esistere. Noi avevamo i nostri riveriti dubbii; a noi pareva che si dovesse girar dalla parte opposta, ma Bussoli insisteva, rammentava i suoi trionfi di Parigi, ci permetteva di dargli del piavolo se entro dieci minuti egli non ci conduceva alla porta dell'albergo. E noi, benchè riluttanti, finimmo col seguirlo, ma prima che fosse trascorsa la metà del termine da lui stabilito egli fu costretto a riconoscere che aveva sbagliato e ad accettare in silenzio la qualifica di piavolo superlativo datagli da Battista de Giacomi.

Eravamo in una via mal selciata, senza botteghe, scarsamente rischiarata da pochi lampioni a gaz che mettevano come tante chiazze giallastre nella nebbia umida e fitta. Nessun veicolo l'attraversava; pochi pedoni strisciavano come ombre rasente i muri.

— E adesso? — disse de Giacomi tirando giù quattro moccoli.

— Adesso, — io risposi, — si domanda.

— Sì; e in che lingua?

— Come si potrà.... Grazie a Dio, lì c'è un policeman.

Rigido, spettrale, con le mani intrecciate dietro la schiena, l'uomo era a pochi passi da noi, sbucato non si sa di dove. Alla nostra richiesta egli fece segno ripetutamente che non capiva. Allora io strappai un foglietto bianco dal mio taccuino, e scrissi il nome del nostro albergo.

Ma proprio nel punto in cui stavo per mettere la carta sotto gli occhi dell'agente della legge, un rumore indiavolato si levò da un vicolo laterale, una megera furibonda irruppe nella strada e rivolse un pressante appello al policeman che la seguì, piantandoci in asso.

Varda che fiol d'un can! — urlò de Giacomi.