— Va pure, viscere — soggiunse la signora Veronica. — Noi restiamo a far quattro chiacchiere col signor direttore.
— Quello lì, dopo il pranzo, è come inchiodato sulla seggiola — notò la signora Rosa.
— Post prandium stabis — sentenziò il cavalier Flaminio Flaminî, direttore del Collegio-convitto omonimo in una città dell'Alta Italia.
— E noi gli teniamo compagnia — riprese il signor Nestore con la sua vocina da musico. — Col signor direttore c'è sempre da imparare.
Il cavalier Flaminî chinò dignitosamente il capo. — Bontà loro.
Scambiati i saluti, la signora Rosa e la Tilde si allontanarono. Il direttore e i due Ariani, marito e moglie, rimasero sotto la pergola, seduti intorno a una tavola rustica.
— Ma! — sospirò la signora Veronica seguendo con lo sguardo la figliuola, fin che la ebbe persa di vista.
Erano in un albergo di campagna, Al grappolo d'uva. Ivi il cavalier Flaminî (era quello il terz'anno) veniva l'autunno con la sua metà a riposarsi delle fatiche scolastiche, occupava le stanze migliori, e assumeva verso gli altri forestieri un'aria di benevolo patrocinio. Quell'autunno egli raccoglieva sotto le sue grandi ali gli Ariani, che, raggranellati due soldi, s'eran voluti dare il lusso d'un po' di villeggiatura e alloggiavano insieme con la Tilde in uno stanzone a tetto, diviso in due da una parete mobile e impregnato d'un acuto odore di mele cotogne.
Poich'ebbe slanciato il suo ma sibillino, la signora Veronica si voltò risolutamente verso il direttore, e, ripigliando un discorso interrotto, esclamò con un accento in cui c'erano lo stupore, l'ammirazione, l'invidia: — Tutt'e sei le ha maritate?
— Sissignora, tutt'e sei — replicò di trionfo il cavalier Flaminî.