— È ancora fuori la signora.

— Non importa, — egli rispose arrossendo come un fanciullo. — Cerco un libro che deve esser di là.

Entrò nel salottino ove sua moglie passava la maggior parte della giornata lavorando, suonando, leggendo. Ivi ella riceveva i suoi intimi, ivi, più d'una volta, il professore aveva trovato Riccardo Bagnasco. E la stanzetta serbava, visibili, i ricordi di lui. Fra varie fotografie che si spiegavano come a ventaglio da un portaritratti di peluche appeso alla parete, c'era anche quella del capitano, in divisa, con scrittovi un nome e una data: Riccardo Bagnasco — 19 aprile 1890. In un palchettino accanto al pianoforte verticale, quasi a farlo apposta, balzava prima all'occhio, tra altri quaderni di musica, una sonata di Beethoven ch'egli preferiva. Di fronte, nello scaffale di noce, spiccavano, per l'elegantissime legature, alcuni volumi ch'egli, il capitano, aveva regalato a Lucilla, edizioni splendidamente illustrate d'autori celebri italiani e stranieri.

Corrado Bertalia prese a caso uno di quei volumi. Era il Faust di Goethe. Certo, egli pensava sfogliandolo, i loro sguardi sono corsi insieme su queste pagine, forse le loro teste chine sul libro si sono toccate, e il loro alito s'è confuso, e la sottile ebbrezza dell'amore li ha involti.... Ma oggi il libro non ridice ciò che udì e ciò che vide.

Il professore lo rimise a posto e sedette sconfidato davanti alla scrivania di Lucilla, con gli occhi ostinatamente fissi sopra una cartella dalla coperta di cuoio nero e dal monogramma d'argento ch'era posata appunto sul piano inclinato della scrivania. Dopo qualche esitazione egli l'aperse; era vuota. Ma i fogli di carta sugante che v'erano inseriti portavano i segni di caratteri impressi, segni confusi, intrecciantisi, sovrapponentisi, tra i quali si sarebbe smarrito il paleografo più consumato. Una cosa sola essi provavano: che quei fogli avevano assorbito l'inchiostro di molte lettere e sapevano il segreto di Lucilla: lo sapevano e lo custodivano.

Bertalia chiuse dispettosamente la cartella e rise della propria ingenuità. Che raccoglieva egli dal suo spionaggio? Indizi, pallidi indizi, nessuna prova.... Le prove, se c'erano, si trovavano in quei cassetti chiusi, la cui serratura avrebbe ceduto a un piccolo sforzo.... Ma era possibile che egli scendesse sì basso?

Vergognandosi dell'ignobile tentazione, egli abbandonò la stanza come un ladro che teme di esser côlto sul fatto. Era tempo, perchè proprio allora una forte scampanellata annunziava l'arrivo della padrona di casa.

III.

Non molto dopo la cameriera venne ad avvertirlo che la colazione era pronta.

Nel salotto da pranzo lo aspettava una sorpresa. Gino gli corse incontro.