Pareva talora a Bertalia che il castigo fosse fin troppo crudele; ma il pensiero ch'egli non lo aveva nè meditato nè preparato imponeva silenzio ai suoi scrupoli. E, del rimanente, non era giusto ch'egli facesse soffrire Lucilla se soffriva tanto per cagione di lei? Non era giusto?

— Sì, — rispondeva la sua passione di marito offeso; — no, — rispondeva la sua coscienza di filosofo.

Nella difficoltà di conciliare le due risposte, egli tentò di rimettersi al lavoro. Finì di correggere il suo discorso, scrisse un paio di lettere, riesaminò i temi del Congresso alla cui discussione si proponeva di partecipare, prese alcune note nel suo taccuino. Ma non aveva nè lucidezza di mente, nè forza d'applicazione; non poteva star tranquillo sulla sedia cinque minuti. Ebbene, sarebbe uscito per impostar le sue lettere: avrebbe fatto quattro passi, respirato un po' d'aria libera.

In quella entrò Gino, non gaio e baldanzoso come la mattina, ma con la serietà d'un ragazzo precoce.

Il professore si sforzò di sorridere:

— Che desidera Vossignoria?

— La mamma mi ha incaricato di portarti questo biglietto da visita.

Bertalia si ricordò:

— Ah, va bene.... No, non andartene. Aspetta un momento.

Il fanciullo rimase, fermo, in mezzo alla stanza guardando dalla parte dell'uscio.