E così dicendo gli si avvicinò, gli pose le mani sulle spalle, lo scosse con forza, lo costrinse ad alzare gli occhi.

— Andiamo, Lidia.... cos'hai stasera? — borbottava Landi, non riuscendo a capacitarsi come la sua dolce e mansueta nipote si fosse trasformata in una virago.

— Hai addosso il suo profumo di cocotte! — ella soggiunse arricciando il naso, e fiutando le dita contaminate.

E intanto scrutava attenta e severa quella fisonomia di vecchio libertino, quei solchi profondi, quelle carni floscie, quella tinta terrea, quella bocca sensuale ov'erano forse le traccie di lascivie recenti, e ne provava un ribrezzo, una nausea invincibile. La visione disgustosa, associandosi nella sua mente all'episodio dello zio e di Natalìa curvi insieme sul banco del gioielliere, n'evocava una più laida, più ripugnante, che pur troppo chiariva tutto, spiegava a Lidia il perchè Ernesto Landi fosse ormai l'alleato della sua nemica.

Ella lasciò ricader le braccia inerti sulle ginocchia e non trovò altre parole che queste:

— E pensare che potrebb'esser tua figlia!

Ma Landi, nel suo turbamento, diede alla frase una portata che Lidia non si sognava di darle.

— No, Lidia, no, non devi dir questo.... Lo sai che non è mia figlia.... Lo sai che aveva tre anni quand'ho conosciuta sua madre.... No, Lidia, no....

Anzichè ammansarsi per la difesa non chiesta da un'imputazione che ell'era le mille miglia lontana dal fare, ella sentì crescere in sè lo schifo e la collera. In che casa, fra che gente viveva se certe sozzure vi si potevano immaginare e discutere? E poi quella strana apologia non conteneva forse una confessione?

— Esci! — ella intimò, di nessuna cosa tanto sollecita come di por termine a questo colloquio che pure ella stessa aveva voluto.