A questo punto l'ingegnere Belliati tracannò un bicchier d'acqua, e molti manifestarono il desiderio di commentare la sua narrazione, di chiedergli degli schiarimenti, di discuter con lui la natura dell'avvenimento singolare ond'egli affermava d'esser stato testimonio.
— Aspettino, — egli disse, — aspettino di sentire il secondo fatto, che, s'io non m'inganno, è molto più inesplicabile del primo. Poichè, a rigore, noi possiamo ammettere l'esistenza d'individui dotati d'una forza magnetica eccezionale che disarmi la volontà, che paralizzi momentaneamente quei freni per mezzo dei quali l'uomo governa i proprii istinti. A ciò s'era limitata quella sera, a Ginevra, l'azione del dottore Dreams. Probabilmente egli non sapeva quello che i suoi pazienti avrebbero detto. Sapeva che uno il quale non sia più in grado di sindacar sè medesimo dirà a voce alta molte cose che non vorrebbe dire nemmeno a voce bassa.... Quello che il nostro intelletto non sa concepire è la virtù di evocare gli esseri scomparsi....
— Perchè? Perchè? — interruppe uno spiritista fanatico. — È questo appunto il vanto maggiore della nostra scienza.
— Scienza?, — borbottò l'ingegnere tentennando il capo. — O non piuttosto negazione della scienza?... Del resto, io mi son espresso male.... Nel fatto a cui alludo non c'è stata una vera evocazione di morti. C'è stato di più.
Un uh d'incredulità accolse l'audace paradosso.
— Giudicheranno loro, — riprese Belliati. — Il fatto accadde a Bruxelles, e anche allora il dottor Dreams deve, come sempre, aver agito a malincuore.... Conoscendo le sue facoltà straordinarie, egli teme di abusarne. Sa che, spesso, dove tocca schiaccia. In quell'occasione gli schiacciati furono due uomini già sul limitare della vecchiaia ma ancor sani e robusti, due personaggi d'alto affare, che per la comodità del racconto lo distinguerò con due nomi, poco importa se reali o no, il senatore Giulio Charron, il consigliere di cassazione Edoardo Mareuil. Sembra che questi signori avessero dato pulitamente del ciarlatano al dottore. Egli li pregò di non metterlo al punto di provar loro quanto s'ingannavano. Essi lo sfidarono. Presenterò loro qualcheduno, — egli disse con calma. — Un morto? — Sì e no. — Come? — Vedranno.... A ogni modo i presentati saranno due. — E quando? — Oggi, domani, a loro scelta. — Nelle tenebre della notte? — Oh no, di pieno giorno. — E dove? — Dove credono; nel mio albergo, a casa d'uno di loro, per la strada. — Il senatore e il consigliere non vollero mostrarsi pusillanimi e risposero: — Sia per domani, al suo albergo, alle due pomeridiane. — Siamo intesi. — Puntuali al convegno, il Charron e il Mareuil furono introdotti da un cameriere dell'albergo in un elegante salotto ove il dottor Dreams li accolse con grande cortesia. Quel salotto i due visitatori lo conoscevano; c'erano stati altre volte a salutarvi dei forestieri e non vi trovarono nulla di mutato, nulla che potesse servire alle arti di ciurmatore. Ed ecco che, appena v'ebbero preso posto, videro entrare per l'uscio di mezzo, non introdotti da anima viva, due giovinetti imberbi, ai quali non darò adesso alcun nome. Mi limiterò a dire che l'uno era biondo e l'altro bruno. Potevano avere vent'anni al più, erano tutti e due di bella presenza, avevano l'aspetto di due studenti. Non c'era in essi nulla di strano, fuor che nel vestito che pareva tagliato sopra un figurino antico. Strinsero la mano al dottore, chinarono la testa agli estranei, e a un cenno del Dreams sedettero, il biondo di fronte al Charron, il bruno di fronte al Mareuil. I due vecchi erano già profondamente turbati, pallidissimi in viso. Chi erano quei giovinetti, l'uno dei quali, il biondo, destava una vaga, lontana reminiscenza nell'animo del Charron, l'altro, il bruno, produceva un effetto consimile nel Mareuil? Chi erano? E perchè il dottor Dreams non li presentava? Il senatore e il consigliere di cassazione si voltarono verso il dottore per chiederglielo, ma non ebbero il coraggio di formular la domanda. Egli era ritto in mezzo alla stanza, con le braccia incrociate sul petto, con lo sguardo fisso e dominatore; era il muto padrone di quegli spiriti e di quelle coscienze. Egli non voleva che pel momento i quattro uomini si dicessero il loro nome, e non se lo dissero; voleva che parlassero fra loro, e parlarono. Parlarono quasi sempre a due a due, il Charron col giovine biondo, il Mareuil col giovine bruno. Parlarono d'ogni argomento: di religione, di filosofia, di letteratura, di politica, d'arte, avendo, di tratto in tratto, qualche slancio di simpatia vicendevole, ma in fondo non riuscendo ad intendersi nè in politica, nè in arte, nè in letteratura, nè in religione, nè in filosofia. Ed era un dissidio più grave di quello che la differenza di circa mezzo secolo d'età non bastasse a spiegare. Poichè, quando si tratta di contemporanei, i vecchi esercitano un'influenza sui giovani, i giovani sui vecchi. Qui invece era il dissidio fra uomini di tempi diversi, come sarebbe se uno morto verso il 1848 fosse rievocato improvvisamente dalla tomba e chiamato a discutere nel 1898. A un certo punto il dottore disse: — E perchè non si scambiano i loro biglietti da visita? — Quelli ubbidirono. — Oh! — fecero i giovani con un gesto di maraviglia, dando un'occhiata ai biglietti dei loro interlocutori. Ma i due vecchi sentirono drizzarsi i capelli in testa, sentirono gelarsi il sangue nelle vene, mentre stringevano fra le dita tremanti i due cartoncini, ingialliti agli orli. Su quello del giovine biondo era scritto: — Giulio Charron, dell'Università di Gand. — Tali erano i biglietti del senatore quand'era studente. Su quello del giovine bruno si leggeva: — Edoardo Gastone Mareuil. — Edoardo Gastone! Il Mareuil era effettivamente Edoardo Gastone, ma da una quarantina d'anni non si faceva chiamar che Edoardo. Con le pupille fuori dell'orbita, con la voce rauca dall'emozione, il senatore ed il consigliere gridarono: — Qui si usurpano i nostri nomi. — Il dottore accennò con la mano: — Calma, calma, signori. Non precipitino i giudizi. — E rivoltosi agli studenti: — Tocca a loro, — soggiunse, — di provare che non hanno usurpato nulla. — Indi, ai due vecchi contraffatti, sbigottiti, il giovine biondo e il giovine bruno favellarono della casa paterna, della famiglia lieta e numerosa, ricordarono atti, gesti, parole di cari defunti, ricordarono i chiassi dell'infanzia, le scappate dell'adolescenza, le birichinate della scuola, ricordarono i primi dolori e i primi amori; tutto ciò insomma che nessun estraneo poteva sapere, ch'essi medesimi, i vecchi, avevano in gran parte dimenticato, e che oggi, per virtù di quella evocazione portentosa, riprendeva forma e rilievo nella loro memoria. Ma come? Ma come? Chi erano quei giovani? Erano loro stessi in un passato remoto? Erano loro stessi, e non s'erano riconosciuti, e, discutendo, non avevano avuto un'opinione comune?... Quale assurdità! Può l'individuo sdoppiarsi? Può, avanzando nella vita, lasciar dietro di sè un altro individuo che un giorno gli si riaffacci dinanzi?... E se non erano loro stessi, chi erano quei due giovani che sapevano tutto?... Con crescente terrore il Charron e il Mareuil fissavano i due esseri misteriosi.... sul petto del biondo brillava uno spillo d'ametista, dall'orologio del bruno pendeva un ciondolo d'oro in cui erano incastonate due piccole perle. Ma il Charron aveva portato quello spillo; ma il Mareuil aveva portato quel ciondolo; poi lo spillo era stato perduto al giuoco, il ciondolo era stato smarrito.... Era troppo.... Lenta lenta una nebbia si calò sugli occhi dei due vecchi; e in quella nebbia essi vedevano a poco a poco dileguarsi l'apparizione. S'allontanavano i giovani con un'espressione d'infinita malinconia. Pareva ch'essi dicessero: — Eravamo belli e forti, eravamo pieni di baldanza e di fede, e siamo diventati così! — Allorchè il senatore e il consigliere si risentirono, essi stringevano ancora fra le mani i biglietti da visita.... Quei biglietti non erano stampati in nessuna litografia della città; i due studenti, come non erano stati visti entrar nell'albergo, così non erano stati visti uscire. Nessuno li incontrò mai più, nessuno n'ebbe notizia. Il dottor Dreams lasciò Bruxelles nello stesso giorno. Il senatore Charron, precipitato di colpo nella decrepitezza e nell'imbecillimento, vegeta, credo, tuttora in una villa presso Liegi. Il consigliere Mareuil, più gagliardo, più energico, fece ogni tentativo possibile per chiarir la strana avventura ch'egli narrava a tutti e narrò anche a me. Viaggiò, cercò inutilmente il dottor Dreams. Alla fine quel pensiero assiduo, tormentoso, sconvolse la sua ragione, e, dopo alcuni mesi passati in una casa di salute, morì.
L'ingegnere Belliati si alzò in piedi. Quelli che lo avevano ascoltato con attenzione intensa chiesero ansiosamente:
— E il dottore, il dottore?
— L'ho detto prima. Non se ne sa nuova. Si sarà cambiato nome. Sarà tornato in Inghilterra, in America.... Sarà morto.... I taumaturghi non son mica immortali.... Buona notte, signori.
— Come? Se ne va?