Questa sua rilassatezza appariva anche nel modo in cui egli cercava impiego a suo figlio. Aveva parlato, aveva scritto, ma in complesso non ci si era posto con quell'impegno che forse sarebbe stato necessario per raggiunger lo scopo. I momenti eran difficili, Roberto era conosciuto per un ottimo studente e nulla più; e così non si riusciva che a ottener buone parole. Tutti dicevano all'Arconti: Fortunato voi che non avete premura! Vostro figlio non ha bisogno di guadagnarsi un pane da un giorno all'altro. E ce ne son tanti che questo bisogno l'hanno! Avrebbe convenuto sradicar questa fallace opinione, ma come farlo senza spiattellar intera la verità?
Passò così qualche mese, e nulla era mutato nell'andamento della famiglia Arconti. Roberto era infinitamente più serio d'una volta, il cavalier Mariano era sempre più giù di cera, e non mancava di prender una mezza dozzina di pillole al giorno, ma le abitudini della casa erano sempre le stesse.
La signora Federica continuava a veder tutto in rosa. Quando suo marito le disse che aveva dimesso il pensiero di far viaggiare Roberto, ella principiò col meravigliarsene assai, ma finì coll'osservare esser già stata sempre la sua opinione che questo viaggio non fosse punto indispensabile a suo figlio, e che Milano fosse una città ove c'era quanto occorreva sì per istudiare che per divertirsi. E quando Mariano le soggiunse che si proponeva di far entrare addirittura Roberto nella vita pratica, la signora Federica tentennò il capo e volle atteggiarsi a donna positiva. Sicuro, Roberto non aveva nessuna urgenza, ma se poteva trovare un'occupazione decorosa, in quanto a lei non ci si sarebbe opposta. È bene che la gioventù cominci presto a lavorare. Anzi ella aveva avuto un'idea. Perchè suo marito non prendeva Roberto con sè? All' Unione c'erano impiegati che avevano grossi stipendi e non valevano la metà di quel che valeva Roberto. Era impossibile che non ci fosse un posto anche per lui. E se non c'era, lo si poteva sempre creare. A una Società come l' Unione alcune migliaia di lire sarebbero state una vera bazzecola, e il Consiglio d'amministrazione aveva troppi obblighi verso l'Arconti da potersi opporre a un sì onesto desiderio.
Il fatto si è che l' idea della signora Federica era la meno effettuabile di tutte quante e la più lontana dalla mente del cavalier Mariano. In primo luogo, bisogna dirlo a sua lode, egli era stato sempre alieno dall'esercitare la sua influenza sulla Società per procacciar sinecure agli amici e ai parenti: in ogni caso poi, questa influenza era oggi grandemente scemata. Il Consiglio d'amministrazione e gli azionisti riconoscevano i meriti dell'Arconti; erano disposti ad ammettere che col suo ingegno e con la sua iniziativa egli aveva dato un vigoroso impulso alla gestione, ma soggiungevano ch'egli era troppo poeta, che s'era slanciato in affari non conformi allo Statuto, che non aveva saputo fermarsi a tempo, e che era per buona parte colpa sua se le azioni, dopo esser salite al doppio del pari, non trovavano più compratori nemmeno al valor nominale. L'Arconti, si continuava, vuol far sempre a modo suo; è un piccolo despota; gli avvertimenti dei suoi colleghi del Consiglio e dei censori, gli ordini del giorno dell'Assemblea vanno a frangersi contro la sua resistenza passiva. In tutte queste accuse c'era pure un lato di vero, ed era verissimo poi che l'Arconti, come di ordinario gli uomini i quali sanno d'aver reso eminenti servigi ad un'amministrazione, teneva in poco o nessun conto le opinioni degli altri. Questa corrente ostile che s'era formata tra gli azionisti era secondata da alcuni tra i membri del Consiglio e da parecchi impiegati della Società, creature sue in massima parte, da lui beneficate a più riprese, e che gli si erano voltate contro per basse invidie, e forse in ragione degli stessi benefici ricevuti. È una tra le nostre maggiori infermità morali quella di non saper sopportare il peso della gratitudine. Pro gratia odium redditur; lo disse anche Tacito, il grande psicologo di Roma imperiale.
Con queste disposizioni degli animi non era nemmeno da pensare a impiegar Roberto presso l' Unione. Aggiungasi che a lui, ingegnere, sarebbe convenuto molto più un ufficio tecnico amministrativo. La signora Federica dovette quindi intascare la sua idea brontolando, e dicendo che a lei non si badava mai, quantunque ella vedesse più in là di molti che la pretendono a gente di garbo. A ogni modo, secondo il suo solito, di lì a quarantott'ore non se ne diede più per intesa.
Presso l' Unione si preparava una giornata tumultuosa, quella cioè dell'assemblea generale, in cui avrebbe dovuto approvarsi il bilancio e si sarebbe rinnovato un terzo del Consiglio d'amministrazione. Si sapeva che il bilancio non era brillante, e nell'opinione di molti azionisti e anche d'una minoranza del Consiglio, ci sarebbero state ulteriori riduzioni da fare pel deprezzamento di parecchi titoli valutati al disopra del reale e per parecchi crediti dubbi. Non era un mistero per nessuno che un grosso partito avrebbe presentato un ordine del giorno per la nomina di una Commissione speciale incaricata della revisione di questo bilancio. Se un tale ordine del giorno era accettato, evidentemente tutto il Consiglio doveva dimettersi, e prima di tutti l'Arconti, che era in pari tempo membro del Consiglio stesso e direttore della Società. Alla rielezione sarebbero stati nominati di nuovo coloro che oggi rappresentavano la minoranza; agli altri si sarebbero sostituite persone d'idee conformi a quelle prevalse nell'assemblea. Nell'ipotesi migliore, quella cioè della rielezione parziale, l'Arconti non sarebbe stato tra gli uscenti di carica, ma era certo che sarebbero entrati trionfalmente in Consiglio alcuni tra gli azionisti più ostili a lui. La sua posizione di consigliere sarebbe diventata difficilissima: e più difficile forse la sua posizione di Direttore, quantunque non necessariamente connessa all'altra. Le benemerenze che in tanti anni egli si era acquistate presso la Società avrebbero senza dubbio costretto a speciali riguardi i suoi avversari; non si sarebbero volute spingere le cose all'estremo; pur vincolando la sua libertà d'azione, non si avrebbe forse voluto rovesciarlo d'ufficio; sarebbe rimasto Direttore, ma Direttore di nome. E per un uomo della sua tempra, questo sarebbe stato il peggiore supplizio.
Invero, non era la prima volta che si erano manifestati degli umori tempestosi in grembo alla Società, e ch'era occorso tutto l'ingegno e tutta l'influenza del cavaliere Mariano per dominarli. Però egli sentiva che ora la corrente era troppo forte e ch'era ben piccola la speranza di opporvisi con buon successo. I colloqui ch'egli aveva avuto coi principali azionisti, con quelli intorno a cui faceva capo l'opposizione, lo avevano scoraggiato. Mentr'egli parlava, sembravano convinti delle sue ragioni; ma quand'egli aveva finito, tornavano a ripetere le cose dette prima, senza entrare a discutere i suoi argomenti. Ed è questo il sintomo più grave per chi voglia tirar dalla sua un contradditore. All'assemblea generale il signor Mariano avrebbe parlato eloquentemente secondo il suo solito, ma egli era troppo esperto di siffatte cose da poter credere che i bei discorsi abbiano la virtù di modificare i voti degli azionisti di una Società anonima. Ognuno va alla seduta col suo voto preparato, ognuno ha impegnato la sua parola, e a discussione chiusa, l'urna dà il medesimo responso che avrebbe dato se la si fosse consultata prima che la discussione fosse aperta.
Queste angustie non potevano a meno d'influire sinistramente sulla salute del signor Mariano. Ormai non c'era che la signora Federica la quale non volesse accorgersi del suo deperimento e insistesse a dire che le erano fisime belle e buone, e che la malattia vera sarebbe venuta più tardi per causa dei rimedi. Il dottor Rebaldi poteva farle a sua posta il viso serio e tentar di preparar l'animo di lei alla realtà delle cose; ella usciva dai gangheri e lo strapazzava senza misericordia.
Sappiamo già che impressione profonda avesse ricevuto Roberto dalle confidenze di suo padre; pur l'animo umano, e l'animo dei giovani soprattutto, è così disposto a lasciarsi ingannare, che vedendo per alcuni mesi la salute del cavaliere Mariano rimaner quasi stazionaria, egli aveva cominciato a riaprire il cuore alla speranza, a credere almeno che il male non fosse avanzato come si temeva. Ma in poche settimane il peggioramento era stato così manifesto che le ultime illusioni avevano dovuto inesorabilmente svanire. Roberto capiva che la catastrofe si avvicinava a gran passi, e pensava con orrore al giorno in cui gli sarebbe mancato l'appoggio più caro e più necessario. Le difficoltà economiche che lo aspettavano sparivano davanti alla gravità morale della sventura; egli non si curava nemmeno più del suo impiego, tant'era assorbito da un'unica preoccupazione.
Tra Roberto e suo padre c'era stata sempre una gran conformità d'idee. Egli ne aveva le qualità, ne aveva in parte i difetti. Sin da piccino egli si faceva una festa ogni volta che poteva star col babbo, uscir col babbo, avere una carezza dal babbo. Il babbo aveva veduto tante cose, sapeva tante cose, e la sua conversazione alimentava l'intelligente curiosità del fanciullo. Con la mamma invece i temi di discorso eran presto esauriti; le passeggiate avevano un unico scopo, quello di far spese. E che aiuto aveva prestato il cavalier Mariano a Roberto durante i suoi studi! Il cavaliere, che non aveva fatto nessun corso regolare, che ancor giovine aveva dovuto entrar nella vita pratica, era un uomo coltissimo e fino all'età matura aveva consacrato i suoi ritagli di tempo a istruirsi. Egli si rimproverava d'imprevidenza, nè forse il rimprovero era infondato; ma almeno egli aveva il conforto che questa imprevidenza non gli aveva diminuito l'affetto di suo figlio; in questo campo dell'affetto egli aveva seminato a larga mano, e la raccolta corrispondeva alle più balde speranze.