Allora la padrona di casa si ricordò che doveva prima condurre la signora Federica nella camera ove c'erano le signore Dal Bono, e chiese un istante di sofferenza al sacerdote della libera stampa. Ma la Arconti, che non era donna da confondersi pei troppi riguardi e conosceva benissimo la disposizione della casa Osnaldi, se n'era già andata senza bisogno di guida, onde la signora Elvira potè insediar subito il grave pubblicista nel posto distinto ch'ella gli aveva serbato. Colà giunto, il signor Dalla Noce si rimise l'occhialino e girò uno sguardo dominatore sull'adunanza. Indi si levò i guanti, li voltò e piegò con grandissima cura e li ripose in tasca del soprabito. Quei guanti, che gli avevano già servito in un pajo di solennità, dovevano servirgli ancora per assistere ad un banchetto che stava preparandosi in onore d'un celebre uomo politico straniero, di passaggio per Milano, banchetto a cui la stampa cittadina si sarebbe fatta rappresentare da' suoi direttori o da' suoi cronisti. E il signor Dalla Noce era appunto un cronista, com'era facile indovinare da quella sua aria di uomo che ha bisogno di persuadersi della propria importanza per giustificare a sè stesso il suo intervento gratuito dappertutto.

Intanto l'ingegnere Arconti era penetrato nella sala e s'era confuso cogli altri invitati. Perchè era venuto dagli Osnaldi? Non lo sapeva nemmen lui; sapeva soltanto che soffriva immensamente a trovarsi colà, e che avrebbe sofferto anche di più a veder Lucilla esposta agli sguardi d'un pubblico indiscreto e curioso, insieme ad un uomo ch'egli abborriva e sprezzava. Pure una forza maggiore di lui lo teneva inchiodato al suo posto.

—Arconti,—gli disse un antico conoscente che gli era vicino—non saluti nemmeno gli amici?

—Oh—rispose Roberto,—scusa, non ti avevo visto.

—Resti ancora a Milano un pezzo?

—Oh no…. pochissimo.

—E torni laggiù alla tua miniera?

—Sì….

Questo breve dialogo ricordò all'ingegnere Arconti che il suo congedo di quindici giorni non era lontano dal termine e che egli non aveva ancor preso un partito definitivo. I Dal Bono e sua madre non dubitavano di finire coll'indurlo a fare a modo loro, e il suo silenzio contribuiva a mantenerli nella loro illusione. No, non era possibile di durar più a lungo così. Domani, quella sera stessa forse, egli avrebbe fatto un ultimo tentativo con Lucilla, e se anche questo gli fosse fallito, ebbene, a costo di morire poi di dolore, egli avrebbe, senz'altri inutili indugi, ripreso la via di Valduria, e spezzato un vincolo che gli imponeva il sacrifizio della sua dignità.

Nella sala s'era fatto quel profondo silenzio che precorre i grandi avvenimenti. La padrona di casa, allontanandosi dal signor Dalla Noce a cui aveva dato alcune spiegazioni da lui richieste pel suo entrefilet di cronaca, salì sopra uno sgabello, per rendersi visibile ai servi, e battè le mani palma a palma. Le fiamme della lumiera a gas, che rischiarava la stanza, si abbassarono d'improvviso in mezzo a un oh sommesso e prolungato degli spettatori adulti e a un uh clamoroso e festante dei bimbi. In pari tempo si alzò la tenda, e nel palcoscenico, illuminato dalla luce elettrica, apparve Caino in atto di uccidere Abele. La luce elettrica in questo primo quadro ne fece delle sue, brillò a sprazzi, ora fulgida come un sole, ora tremula e fioca come un lumicino da notte. Poi, sul più bello, l'apparato si mosse, e il fascio di raggi invece di cadere su Caino ed Abele, li lasciò perfettamente al bujo, e venne ad abbagliare gli spettatori, obbligandoli a ripararsi gli occhi con le mani, o coi fazzoletti, o coi ventagli o coi cappelli. Il successo di questo primo quadro fu mediocre. Il secondo ci trasportava in Egitto ai tempi della grandezza romana. Era la morte di Cleopatra. La superba regina, sdrajata sopra un letto, stendeva la mano verso un canestro di frutta, che le era presentato da una schiava, e nel quale si trovava l'aspide che doveva por fine ai suoi giorni. Il personaggio di Cleopatra era rappresentato da una signora assai grassa e matura, e più di qualcheduno osservava sommessamente che Antonio aveva avuto un gran torto ad innamorarsene. Nondimeno, al calar del sipario, gli applausi scoppiarono unanimi, e la signora Osnaldi colse l'occasione favorevole per insinuarsi tra le sedie e venir a raccogliere le congratulazioni del pubblico.—Pare la biscia di Cleopatra—disse un bell'umore al suo vicino.