Oramai la signora Federica avvertiva tutta la gravità della situazione. Il matrimonio sul quale ella fondava lo splendido edifizio delle sue speranze si rendeva sempre più improbabile; Roberto pareva deciso a condannar sè, a condannar lei a un'ignobile mediocrità.
—Mio figlio ebbe una chiamata per telegrafo dalla sua miniera, e vuol partire con la prima corsa per Piacenza—ella disse alla signora Osnaldi, scusandosi di lasciar la festa. Indi, facendo segno alla Giulia Dal Bono di avvicinarsi, la ragguagliò in due parole dell'accaduto, e le soggiunse a bassa voce:—Se tu potessi trattenerlo….
Ma la flemmatica signora Giulia non era donna da esercitare un'influenza su Roberto Arconti.
—La ringrazio, signora Giulia, della bontà ch'ella ha sempre avuto per me—le rispose Roberto, stringendole affettuosamente la mano.—La ringrazio dei piani che aveva concepiti e favoriti per l'avvenire mio e d'una persona a lei carissima. Se quei piani non son destinati a compiersi, io le conserverò sempre la mia gratitudine…. Sia felice e possa veder felice sua figlia.
Questo dialogo aveva luogo nella stanza ove gli invitati avevano deposto la loro roba, mentre la signora Federica, ajutata da un cameriere, si metteva la mantiglia e il cappuccio.
Intanto Lucilla, che aveva visto allontanarsi sua madre insieme alla signora Federica e a Roberto, fu punta da una grande curiosità, e approfittando di quella indipendenza di movimenti che è consentita dal cotillon, si affacciò all'uscio che dalla sala metteva alla guardaroba.
Quando la signora Giulia si accorse della sua presenza, ella lasciò Roberto e si avvicinò a lei.
—Che cosa c'è?—chiese Lucilla.
—Roberto fu richiamato per telegrafo a Valduria e parte tra poche ore—rispose la signora Giulia.
—Parte?—esclamò la giovinetta colpita da questa notizia.