E cercava di persuadersi delle mille ragioni che aveva per abborrire il Selmi, per abborrire l'Arconti, per agognar la rovina della miniera. Non lo si era stimato mai al suo vero valore; per più anni egli era rimasto confuso nella folla degli operai; se l'ingegnere Arconti l'aveva distinto dagli altri, era stato per servirsi di lui; se la Società gli aveva reso una tarda giustizia, essa non aveva fatto in suo pro la metà di quello che egli meritava. Lo si condannava sempre ad essere un esecutore degli ordini altrui, ed egli non ammetteva la superiorità intellettuale dei suoi capi. Non teneva in nessun conto il Selmi e non si reputava da meno dell'Arconti, quantunque l'ingegno e la dottrina di quest'ultimo lo avessero colpito in passato. Ma egli aveva particolari ragioni per detestarlo; era lui, era lui sicuramente che gli rapiva il cuor di Maria; era su lui più che su tutti ch'egli doveva sfogare il suo livore. Gli avrebbe aizzato contro il personale della miniera, avrebbe intralciato la riuscita de' suoi lavori, avrebbe fatto il possibile per distruggere la sua riputazione.
Non mancavano a Valduria gli elementi torbidi. Odoardo Selmi aveva fin dal principio additato a Roberto alcuni minatori su cui pesava un delitto di sangue. Erano nature fiere, iraconde, uomini pronti a metter mano al coltello, spregiatori della vita altrui e della propria.—Sono belve addomesticate—diceva Odoardo.—Quando meno si crede, possono digrignare i denti e spiegare gli artigli.—E all'amico che gli domandava se fosse davvero indispensabile di tener nella miniera gente siffatta, egli rispondeva che, in fin dei conti, ormai avevano espiato la loro condanna, che non era giusto metterli al bando della società, che, respinti da tutti, avrebbero finito coi gettarsi alla campagna, mentre invece, posti a lavorare e assicurati d'un pane, potevano forse correggersi. L'essenziale era di mostrar sempre che non si aveva paura di loro.
Invero essi non avevano dato nemmeno a Roberto argomento a serie lagnanze. Avevano preso a rispettarlo subito, e poichè egli era fermo senza esser aspro, lo vedevano di buon occhio.
Cipriano non s'era mai sentito attratto verso costoro. Non vedeva in essi che l'energia brutale, ed egli apprezzava soltanto la forza congiunta all'intelligenza. Nè finchè aveva potuto sperar di conseguire i suoi scopi per le vie regolari, s'era curato di farsene dei docili stromenti. Essi sarebbero stati i primi sui quali egli avrebbe aggravato la sua mano, sui quali avrebbe sfogato la sua libidine di dominio. E neppur essi lo amavano. Per loro, come del resto per tutti gli operai della miniera, egli aveva il gran torto di essersi fatto strada da sè. Uscito dalle file degl'infimi, si era creato a poco a poco, dicevano, una posizione brillante, e l'alterigia gli era cresciuta con lo stipendio. Dalle riforme introdotte a Valduria essi non avevano tratto il menomo vantaggio; egli sì; avevano lavorato, avevano faticato per lui. Così pei livellatori era anche lui un'altezza da spianare, era un naturale nemico.
Ad onta di ciò, allorchè Cipriano fu invaso dal demone della vendetta, egli comprese che doveva rimestare in questi bassi fondi. Uscì dal suo riserbo sdegnoso, e con la scusa che dopo la morte della madre la casa gli era divenuta intollerabile, si cacciò nei crocchi più turbolenti, tentando di scandagliare gli animi. Accolto sulle prime con diffidenza, potè notar tuttavia che il momento era abbastanza propizio per suscitare un'agitazione. Che importava agli operai che la miniera fosse serbata a grandi destini se la retribuzione del loro lavoro rimaneva la stessa? La Direzione aveva pensato ai capi, ma in quanto a loro, s'era limitata a dir belle parole, a far vaghe promesse per l'avvenire. C'erano bensì le sue brave prediche, i soliti eccitamenti al risparmio, a inscriversi alla Società di mutuo soccorso, tutti consigli ipocriti e interessati per metter meglio i piedi sul collo ai poveri proletari.
Le idee e le frasi del socialismo, come si vede, principiavano a infiltrarsi a Valduria, fra quella gente rozza, inquieta, settaria per indole e per tradizioni. Lo spirito positivo di Cipriano non si era mai lasciato abbagliare da dottrine fantastiche, e in massima le disuguaglianze del mondo non gli spiacevano, pur di poter essere fra coloro che stavano in alto. E adesso ci stava infatti, sebbene non ci stesse in proporzione al concetto smisurato che aveva di sè medesimo. Comunque sia, se Cipriano soffiava nel fuoco, non era già perchè si fosse convertito al verbo socialista, ma perchè voleva servirsi di quella materia infiammabile. La passione gli aveva posto una benda agli occhi. Non vedeva che mediante la rovina altrui consumava la propria. O piuttosto lo vedeva, e si gettava spontaneamente nel baratro. Il danno ch'egli sperava di fare lo compensava di quello ch'egli temeva di subire.
—Tu sei fra i gaudenti—gli dicevano.—Parli contro il tuo interesse e non puoi essere in buona fede. Avrai i tuoi secondi fini.
Egli si sbracciava a dimostrare che non era vero; che un salario eguale al suo avrebbero potuto averlo tutti gli altri minatori, quando si fosse risparmiato il danaro che si gettava in tante cose inutili, e quando gli azionisti si fossero contentati di men lauti dividendi. C'erano due direttori de' quali ormai si poteva fare a meno….
—Senza l'ingegnere Arconti però la miniera sarebbe forse liquidata—osservava qualcheduno.
Nè Cipriano lo negava; soltanto sosteneva che adesso non c'era più bisogno di lui, nè di Selmi.