Allora Roberto espose in tutti i loro particolari i fatti che già conosciamo. Alla fine estrasse di tasca i frammenti della lettera a Lucilla che sua madre aveva lacerato in un impeto di collera, e li ricompose sotto gli occhi di Maria, dicendole:—legga e poi giudichi.

—Giudicare io?…. No, no—supplicò Maria turbata, commossa, frenando a stento le lagrime. E intanto divorava con gli occhi le poche righe contenute in quel foglio.

—Giudichi lei—ripetè Roberto—lei che ha il cuore così buono e il criterio così giusto. Potevo subire le umiliazioni che mi si offrivano? Potevo continuar ad amare una fanciulla che non voleva fare per me nessun sacrificio e mi imponeva quello della mia dignità?

—Ma, signor Roberto, perchè vuol che pronunzi un giudizio? Sono anch'io una povera donna…. direi uno sproposito….

—Ciò significa che non vuol condannare un'altra donna…. Condanna piuttosto me….

—Ah no!—ella proruppe con un grido sublime d'impeto e di verità.

—Grazie, buona Maria, di questa parola—esclamò l'ingegnere afferrandole la mano.

Ella era trasfigurata da una folla di sentimenti e d'impressioni che non avrebbe saputo definire. Era immensamente felice, e arrossiva, si vergognava pensando che ciò che l'aveva fatta felice era l'annunzio d'una sventura che aveva colpito l'amico suo. Nella confusione in cui si trovava non seppe dire altro che:—Coraggio! l'avvenire la compenserà di quello che soffre oggi…. Merita tanto d'essere amato..

Capì d'aver detto troppo, e si fece del color della porpora.

Ma Roberto non raccolse quest'ultima frase. Lasciò la mano di Maria, e tentennando tristamente la testa, disse a mezza voce:—Oh! l'avvenire….