Ma nel passar davanti all'apertura della galleria in fondo alla quale brillavano, come stelle nelle tenebre, i lumi dei minatori che attendevano il suo ritorno, lo assalì d'improvviso un pensiero orribile. Non ci era altra uscita che quella; se per un accidente essa si fosse otturata, sarebbe stato sepolto vivo! Intrepido com'era, quest'idea gli gelò il sangue nelle vene; afferrò la lampada che aveva confitta nella roccia, e chinando la persona entrò nella galleria. Ma appena vi aveva posto il piede, fu costretto a retrocedere spaventato. Pochi passi avanti a lui l'armatura della vôlta e delle pareti crollava con uno scroscio; per un momento attraverso uno spiraglio rimasto si videro i lumi lontani avvicinarsi, s'intesero delle voci angosciate che gridavano—Si salvi, si salvi;—poi si sentì un nuovo scroscio, anche quello spiraglio si chiuse, i lumi disparvero, le voci umane s'ammutolirono.

Come ci sono dei sogni che pajono realtà, così ci sono delle realtà che pajono sogni. Nel suo sbalordimento, Roberto si stropicciò gli occhi in atto di persona che vuol destarsi, chiamò a raccolta i suoi pensieri, riandò in un baleno tutto ciò che aveva fatto nell'ultima mezz'ora, e dovette convincersi che non era, no, in preda a una allucinazione dei sensi, ch'era veramente prigioniero là dentro senza modo di scampo, che forse ogni tentativo di salvarlo sarebbe fallito, che forse egli sarebbe morto di fame. Inorridì, i capelli gli si drizzarono sulla testa, e dal petto gli usci un urlo di disperazione e di rabbia, che echeggiò lugubremente nella sua tomba. Aveva sfidato con animo risoluto i multiformi pericoli della miniera, lo scoppio delle mine, l'esplosione dei gaz, le cadute giù per le scale lubriche ed erte; aveva affrontato senza impallidire le collere della natura e le vendette degli uomini, ma questo supplizio, ma questa fine probabile oltrepassava le sue previsioni. O a meglio dire, l'aveva prevista, ma troppo tardi, quando non aveva più tempo di sfuggire alla catastrofe che s'era dipinta con la fantasia. La sua stoica fortezza l'abbandonava; egli maledisse l'istinto codardo che gli aveva fatto preferire una morte lenta e terribile a una morte immediata. Perchè, quando vide rovinar la galleria da tutte le parti, non si precipitò avanti invece di chiudersi volontario nella sua carcere? Non era meglio restar seppellito all'istante sotto le macerie che penar lunghe ore in una dolorosa agonia? E forse i minatori lo credevano bell'e spacciato, e in questa persuasione non si curavano nemmeno di accorrere in suo ajuto.

Chiamò, e nessuno gli rispose; ascoltò attentamente e gli giunse all'orecchio uno strepito sinistro, come d'una rotta di fiume; certo di là dalla frana, l'acqua aveva invaso la galleria. Crescevano così le difficoltà di salvarlo. E a ogni modo, chi si sarebbe messo a capo dell'impresa? Chi avrebbe conservato il sangue freddo necessario per adottare gli espedienti opportuni, la perseveranza indispensabile per non iscoraggiarsi ai primi insuccessi? Ah! se uno de' suoi operai si fosse trovato nel caso suo, ed egli fosse stato fuori a dirigere l'opera di salvamento, aveva fede che sarebbe riuscito, aveva la coscienza che nessun ostacolo sarebbe bastato ad intimidirlo. Egli era simile al medico che giace infermo, e crede di conoscere il farmaco richiesto dalla sua malattia, ma non può nè parlare nè scrivere, e intanto ha ragione di ritenere che i dottori i quali circondano il suo letto sbaglieranno la cura.

Era istupidito, inchiodato al suo posto, facendo dondolare macchinalmente la lampada che teneva in mano. Un sudor freddo gli colava dalla fronte e dalle gote, le sue membra tremavano tutte. A un tratto si tastò in una saccoccia del soprabito, e un lampo fuggitivo di gioia brillò sul suo viso livido. Egli aveva con sè il suo revolver, e quell'arma, in quel momento, gli apparve come un'amica, come una benefattrice. A lei, quando avesse perduto ogni altra speranza, quando i suoi patimenti fossero intollerabili, egli poteva sempre chiedere la liberazione suprema. Questo pensiero gli rese un po' di calma; egli infisse nuovamente il lume nella parete, raccolse da terra l'orologio che gli era caduto nel primo sforzo fatto per islanciarsi fuori della sua prigione, e sedendo su una sporgenza del masso, incrociò le braccia e stette ad attendere. Aveva ancora negli occhi il sole veduto un'ora prima, e il verde dei prati, e l'azzurro immacolato del cielo; le gioconde immagini della vita gli danzavano innanzi, e non sapeva persuadersi di dover morire….

XXVIII.

Nel partir da Valduria, Roberto aveva detto a Maria Selmi:—Lascio qui per ora i miei libri; prevedo che non avrò tempo di leggere, e poi non saprei dove metterli. Quando avrò un quartierino decente, verrò a prenderli. Intanto li affido a lei; dia loro talvolta un'occhiata e procuri che non sian guasti dalle tignuole. Beninteso che deve servirsene come di cose sue.

—Farà qualche visita a questi suoi amici?—gli aveva chiesto Maria.

—Che intende per questi?

—I suoi libri.

—Oh, ne ho qui di molto più cari, e cercherò di vederli quanto più spesso potrò—aveva risposto l'ingegnere Arconti stringendo la mano della giovinetta.