Non aveva più nozione del tempo; sapeva che la lampada poteva aver durato due o tre ore: ma quante n'eran passate dopo ch'essa era spenta? Possibile che nessuno si curasse di lui, che non si tentasse nemmeno di soccorrerlo? Oh se ci fosse stato Odoardo Selmi! Ma Odoardo Selmi non c'era; egli si trovava in mezzo a gente poco meno ch'estranea.
Pensò a quelli che gli erano più cari; pensò a sua madre, a cui la natural leggerezza dell'indole non avrebbe in questo caso bastato a temperare un'angoscia mortale; a sua madre, ch'egli lasciava, non povera affatto, ma priva di quegli agi che erano per lei una necessità, e, ciò ch'era peggio, priva di quei consigli che le erano indispensabili per regolarsi nella vita. Sventuratissima donna! Poche settimane addietro, egli l'aveva vista ancora giovine, ancora vigorosa, ancora piena d'illusioni. Che crollo darebbero adesso le sue illusioni, la sua gioventù, il suo vigore!
E Lucilla? Egli non era più il suo amante, il suo promesso sposo, ma si poteva per questo distruggere il passato? Nel sentirsi dire: Roberto è morto! quante memorie dovevano svegliarsi nell'anima della leggiadra fanciulla!… Oh! Ella aveva appena diciotto anni; era bella e felice, era corteggiata, avrebbe presto dimenticato!
Un'altra immagine si presentava allo spirito di Roberto, e gli empiva l'animo di commozione e gli occhi di lagrime. Nella dolce sembianza di donna evocata dalla sua fantasia era dipinto un dolore diverso, ma non meno profondo di quello ch'egli si raffigurava in sua madre, uno di quei dolori che non cercano e non ammettono conforti, ma inaridiscono le fonti stesse dell'esistenza. Nessuno, nessuno lo aveva amato come Maria! E dover morire senza lasciarle un addio, senza stringerle la mano, senza dirle che se non l'aveva ricambiata di pari amore, le aveva pur voluto tanto bene, tanto bene da non saper più in che differisse dall'amore una tenerezza sì grande!… Oh se fosse uscito di là!
Si alzò ancora una volta, e si mise a brancolare nel buio. Ma camminava con fatica, sia perchè l'acqua infiltratasi da varie parti aveva reso il terreno fradicio e molle, sia perchè le gambe stentavano a reggerlo. Aveva un gelo nell'ossa; solo la testa gli ardeva come se fosse tra le vampe d'una fornace. Era già tormentato dalla fame, ma più che la fame, lo divorava la sete. Nè poteva estinguerla, nè poteva raccogliere nessuna delle goccie che, a lunghi intervalli, cadevano dalla vôlta e andavano a mescolarsi alla densa e ributtante poltiglia che gli stava ai piedi. Ormai ogni minuto gli aggiungeva uno spasimo nuovo; erano contrazioni violente, erano impeti subitanei che gli mettevano addosso un bisogno irresistibile di franger qualcosa coi denti. Nel maciullare il fazzoletto, si morse per inavvertenza la mano, e la ritrasse inorridito, parendogli, che, se ne fosse spillata una sola goccia di sangue, una selvaggia voluttà d'antropofago si sarebbe impadronita di lui. Ormai anche nel suo cervello c'era una confusione orribile; la sua ragione si smarriva; urli disperati gli prorompevano dal petto, simili piuttosto a ruggito di belva che a voce umana. Ma in quel caos della mente, in quel naufragio della coscienza sornuotava un pensiero, il pensiero cioè ch'egli poteva, volendo, accorciare i suoi patimenti… Ebbene? Non aveva già sofferto abbastanza?
Afferrò il revolver e lo avvicinò alle tempie. Il freddo dell'acciaio brunito gli recò un leggero sollievo, ed egli appoggiò per qualche secondo la fronte sulla canna a cui stava per chiedere un riposo più lungo.
Era però sul punto di troncare gl'indugi e premere il grilletto, quando gli ferì l'orecchio un mormorio vago, lontano. Forse era un'illusione dei sensi, una delle tante allucinazioni che precedono l'agonia. Forse era una nuova frana, forse era il romore dell'acqua che s'era aperta un'altra strada. Si mise in ascolto cercando di calmarsi, di raccoglier le poche forze che gli rimanevano, di raccapezzar le sue idee. E quel romore continuava, nè Roberto sapeva spiegarsi che fosse; pur non pareva strepito d'acqua che irrompe o di terra che si scoscende; era, per dir così, un romore fatto di romori diversi. Il povero sepolto vivo, che ormai non poteva più reggersi in piedi, si trascinò carponi dalla parte ond'esso veniva, e, appoggiato l'orecchio al suolo, stette lì immobile, trattenendo il respiro, comprimendo con una mano il cuore che minacciava di scoppiargli nel petto. In questa posizione, le onde sonore gli arrivavano più distinte, avvicinandosi e allontanandosi con alterna vicenda, facendo con le loro vibrazioni traballare il terreno. Non riusciva ancora ad afferrare bene quei suoni, non avrebbe ancora saputo dar loro un nome; aveva acquistato però la certezza che qualche cosa si moveva al di là della sua prigione, e gli era lecito indurne che non era abbandonato, dimenticato del tutto. Col rinascere della speranza riebbe un po' di vigore, si rizzò con mezza la persona puntellandosi ai gomiti, e con quanto fiato gli restava invocò ripetutamente soccorso. Poi ricadde esausto. Vi furono alcuni istanti di silenzio profondo, spaventoso, durante i quali Roberto credette di aver sognato; ma il silenzio non tardò ad esser rotto da un romore nuovo, che somigliava a quello di più voci confuse in una voce sola. Si era dunque sentito il suo grido, si era dunque risposto al suo appello? Si sapeva dunque non di andar alla ricerca d'un cadavere, ma alla liberazione d'un vivo? Vivo? Non c'era una amara ironia in questa parola e in questo pensiero? Era ben sicuro di esser vivo al giungere de' suoi salvatori? Era sicuro che la morte non li avrebbe preceduti?
Alla gioia della prima impressione succedette in lui un accasciamento profondo. Che giova al naufrago di veder la spiaggia se non ha lena per arrivarvi? Lo sforzo fatto in un momento di esaltazione l'aveva lasciato sfinito. Le sue pene, per poco sospese, s'erano rinnovate con maggiore intensità, la sua intelligenza, rischiarata da un raggio improvviso, era di nuovo ravvolta d'ombre. Egli giaceva inerte al suolo con la testa e col corpo nel fango, inzuppato d'una melma infetta e nauseabonda. Non riusciva più a connettere due idee; le cose anche più vicine gli facevano l'effetto di pallide reminiscenze. Il suo stato era un sopore doloroso, in cui egli smarriva a tratti ogni consapevolezza di sè. C'era lì una persona che soffriva fuor di misura, ma egli non avrebbe potuto dire chi fosse quella persona; un respiro affannoso e grave gli suonava all'orecchio, ma egli non capiva di chi fosse quel respiro. Si ricordava d'aver assistito a un tremendo disastro. Una galleria era crollata e qualcheduno era rimasto dietro, le rovine…. Un lume aveva illuminato per breve tempo l'oscura prigione, e s'era spento; qualcheduno aveva patito la fame…. Si ricordava d'un'arma ch'era stata afferrata, poi gettata in un canto, si ricordava di rumori esterni, di voci lontane che avevano rotto il silenzio di quella tomba, che vi avevano portato il conforto d'una speranza ineffabile… Dopo d'allora, che cos'era avvenuto? Perchè quella speranza non mandava più la sua luce? Eppure quei rumori non erano svaniti, anzi lo scuotevano di quando in quando dal suo dormiveglia, gli eccheggiavano nel capo com'entro le pareti di una camera vuota, ma il significato gliene sfuggiva. Solo una voce interna gli ripeteva: troppo tardi! troppo tardi!
I lavori di salvamento continuavano da due giorni con un'attività febbrile. Principiati un po' alla cieca prima dell'arrivo di Odoardo Selmi, erano stati ripresi con maggior vigore dacchè egli ne aveva assunto la direzione. L'idea di sottrarre il suo amico a una morte crudele s'egli viveva ancora, o di render gli estremi uffici al suo corpo s'egli era già stato sepolto sotto le macerie, affinava il suo ingegno, centuplicava le sue forze e il suo coraggio. Maria non aveva voluto staccarsi da lui. Confusa coi minatori, con le sottane rimboccate, immersa nell'acqua fin sopra il ginocchio, dimentica di tutto fuor che del suo amore e di ciò ch'ella giudicava il suo dovere, l'esile fanciulla partecipava alle fatiche e ai pericoli dell'impresa. Ella sentiva che non sarebbe sopravvissuta ad un insuccesso. Ma non si lamentava, ma non spendeva vane parole a stimolar l'energia degli altri. La sua presenza colà ed il suo esempio valevano più d'ogni eccitamento. Chi si sarebbe stancato finchè non si stancava lei, chi avrebbe disperato finch'ella non disperava? Del resto era in tutti un ardore uguale. Bisogna dirlo ad onore di questa povera natura umana; ci sono momenti nei quali in ogni anima, anche nella più pigra, si sprigiona la scintilla del bene, scatta la molla del sacrifizio e dell'abnegazione.
Le difficoltà da superare erano di due specie. Conveniva prima liberar la galleria dall'acqua che l'aveva resa impraticabile affatto; conveniva poscia aprirsi un passaggio attraverso una frana dello spessore di parecchi metri. A più riprese parve d'esser giunti a buon porto, a più riprese tutto fu rimesso in questione. L'acqua scacciata da una parte tornava dall'altra parte, e quando alla fine essa fu ridotta a un livello abbastanza basso da permetter d'avanzarsi e di cominciare ad adoperar le vanghe, si corse per ben due volte il pericolo di rimaner sepolti sotto un nuovo avvallamento di terra. Onde la necessità di batter ritirata e di rimettersi all'opera.