Il cavaliere Arconti aveva fatto il suo ultimo sforzo. Ormai il suo corpo era esausto ed egli non sarebbe stato in grado di replicare se alcuno avesse ripreso la parola. Per buona ventura gli avversari avevano ancora minor desiderio di misurarsi con lui. Il primo firmato sotto l'ordine del giorno che formava il perno della battaglia si limitò a dire che le ragioni svolte con tanta eloquenza dal Direttore non erano bastate a smuovere dal proposito di un'inchiesta sul bilancio nè lui, nè i suoi amici; che però una simile inchiesta non doveva esser presa per ciò che non era. Non si dubitava menomamente della lealtà dei preposti all' Unione, ma si trattava di mettersi d'accordo sulla valutazione di alcuni enti, valutazione che influiva sui risultati finali del bilancio.
Il cavalier Fionda, un azionista che aveva l'abitudine di parlare in ogni assemblea e che gli altri avevano l'abitudine di non ascoltar mai, fece anche questa volta il suo discorsetto, fra segni generali d'impazienza. E sì ch'egli era convinto che le sue idee avrebbero conciliato tutto e tutti!
—Ai voti! Ai voti!—si cominciò a gridar da più parti.
Si venne ai voti, e l'opposizione trionfò con una notevole maggioranza.
Allora il Presidente annunziò che tutto il Consiglio dava la sua dimissione, ed espresse il parere che convenisse rimettere a una prossima seduta la nomina del Consiglio nuovo e la discussione degli altri oggetti che figuravano all'ordine del giorno. I dimissionari consentivano a rimaner in carica sino a questa nuova seduta.
Dopo una grande battaglia, una tregua è accettata volentieri da ogni parte, e la mozione del Presidente fu accolta con plauso universale. I vincitori sentivano anch'essi il bisogno di concertarsi prima di andare avanti. D'accordo nell'idea di modificare l'indirizzo della Società e di correggere qualche partita del bilancio, non erano parimente d'accordo sulla via da tenersi poi. Alcuni avrebbero voluto andar sino al fondo e cambiare dal primo all'ultimo i membri del Consiglio d'Amministrazione; altri invece si sarebbero contentati di molto meno, sia per riguardi personali, sia pel timore che un rivolgimento troppo radicale potesse nuocere, anzichè giovare al credito dell' Unione.
Sciolta l'adunanza, durò ancora per qualche tempo una straordinaria agitazione nella sala, nei corridoi, per le scale. Chi si rallegrava e chi si doleva dell'esito della giornata, chi si limitava a esprimere i propri dubbi, chi si riscaldava anche con quelli che dividevano il suo parere, e chi dava ragione successivamente a tutti gl'interlocutori. Il signor Mariano s'era ritirato nella stanza della Presidenza ed era cinto da un gruppo di consiglieri e d'azionisti che s'erano trattenuti per conferir con lui sulla linea di condotta da seguirsi, ma ora parevano più che altro turbati dal suo aspetto sofferente e accasciato. La lotta gli aveva fatto trovare per un istante il vigore della salute; adesso la malattia aveva ripreso il disopra. Si sforzava di mostrarsi calmo, ma era pallidissimo, respirava a fatica, e non poteva discorrere che interrottamente. Roberto, che gli era vicino, andava rasciugandogli il sudore dalla fronte, lo aiutava a slacciarsi il nodo della cravatta e sbottonarsi il panciotto, e gli sussurrava all'orecchio.—Vuoi far venire un medico?—Ma il cavalier Mariano rispondeva di no, e di lì a un quarto d'ora si mosse appoggiato al braccio del figlio. Le gambe lo reggevano appena, e gli occorsero alcuni minuti per discendere sino nel cortile ove c'era il legno ad aspettarlo.—È un uomo morto—si bisbigliava sommessamente intorno a lui. Il portinajo, che gli voleva un gran bene, ajutandolo a salire in carrozza, stentava a trattener le lagrime. E quando il legno fu uscito dal portone, egli si ritirò nel suo stanzino e si mise a piangere ripetendo alla sua famiglia:—Il cuore me lo dice. Il cavalier Mariano non passerà più questa soglia.
Intanto l'infermo, si può ben chiamarlo così, era giunto a casa, ove la signora Federica ne attendeva il ritorno trionfale. A vederlo invece in quello stato, ella comprese che la faccenda non era andata secondo la sua aspettazione, e cominciò a tempestare di domande il figliuolo e a inveire contro gli azionisti.
—Non parliamo adesso degli azionisti—le disse Roberto.—Il peggio si è che il babbo sta male davvero.
—Male! Male!—replicò la signora Federica.—Sarà una cosa passeggera…. effetto della commozione….