La lettura di questo importante documento venne accolta con favore da un terzo dell'assemblea, e con un silenzio glaciale dagli altri due terzi.
L'opposizione cominciò a far capolino timidamente nella relazione dei censori. In mezzo a molti elogi c'era pure qualche osservazione critica, c'era il sommesso desiderio di un indirizzo più cauto da darsi agli affari.
Le idee dei censori servirono d'addentellato agli avversari dell'amministrazione per ismascherare le loro batterie. Le osservazioni critiche divennero biasimi aperti, i desideri sommessi presero un tono insistente, imperioso. I dubbi, non sulla realtà materiale delle cifre del bilancio, ma sulla esattezza di alcuni apprezzamenti, vennero formulati nel modo più esplicito, e si svolse l'ordine del giorno già prenunciato circa la nomina di un'apposita commissione avente lo scopo di riveder questo bilancio.
Il Presidente del Consiglio d'amministrazione combattè del suo meglio una siffatta proposta, che aveva il carattere di un voto di sfiducia, e dichiarò che, ov'essa fosse stata accolta dall'assemblea, nè egli, nè alcuno de' suoi colleghi avrebbe potuto rimanere al suo posto. Altri consiglieri parlarono nello stesso senso, e anche dal grembo degli azionisti sorsero voci più o meno autorevoli contro un ordine del giorno che avrebbe portato una crisi. Finalmente si levò l'oratore più formidabile del Consiglio.
Molti fra i più eloquenti uomini politici avrebbero invidiato la facondia, la lucidezza, l'efficacia del suo linguaggio. Le cose ch'egli aveva già esposto mirabilmente nella sua relazione, scolpite ora con una parola plastica e viva, acquistavano l'aria di verità indiscutibili. E la sua voce e il suo gesto s'animavano di mano in mano ch'egli procedeva nel suo discorso, e a sentirlo e a vederlo in quel momento non si avrebbe detto che una malattia terribile gli logorava le viscere e gli scavava il terreno sotto i piedi. Quand'egli sedette, scoppiò un applauso fragoroso, a cui presero parte anche alcuni fra i suoi più accaniti oppositori.
—Bravo!—esclamò il giovinotto dall'occhialino— Voilà ce qui s'appelle parler.
Il suo amico dal soprabito color cannella, che gli era seduto vicino, lo tirò per la falda del vestito.—Applaudi?
—Sicuro. Io sono un uomo indipendente.
—E il voto?
—Ah! il voto è un'altra faccenda. Voto per conto di Baggelli, ma applaudo per conto mio.