—Abbasso il Direttore sopratutto!
—Conti di prender la parola?
—Io? Mi meraviglio. Son qui per votare l'ordine del giorno dell'opposizione. E tu?
—Tal quale. Zitto come un pesce. Le chiacchiere son chiacchiere; i voti son quelli che valgono. C'era stato qualche tentativo di accordo, ma andò fallito.
—Battaglia all'ultimo sangue, allora.
—All'ultimo sangue.
Quand'entrò il Consiglio d'amministrazione, i capannelli ch'erano sparsi nella sala si sciolsero e tutti gli occhi si fissarono sul Direttore, al quale si sapeva che il Consiglio aveva deferito l'incarico di sostenere la lotta.
Nell'aspetto egli era molto diverso dagli anni precedenti. La sua maestosa persona si era alquanto incurvata, le sue guancie erano pallide e floscie. Solo gli occhi conservavano l'antico splendore, l'antica energia.
Il Presidente scosse il campanello, dichiarò aperta la seduta, e diede la parola al Direttore per la lettura della sua relazione.
Le relazioni che l'Arconti soleva presentare ogni anno all'assemblea generale dell' Unione erano modelli di perspicuità e di efficacia. Lo stile degli affari che gl'Italiani conoscono così poco vi era maneggiato maestrevolmente. Questa volta però il cavalier Mariano aveva superato sè stesso. Non era soltanto una lucida illustrazione delle cifre del bilancio, una classificazione ordinata e precisa delle varie operazioni della Società; era anche una difesa anticipata degli appunti che si facevano al Consiglio. Le cause dei poco brillanti risultati dell'anno erano scrutate con rara diligenza e finezza, ed erano poi egregiamente lumeggiate le speranze dell'avvenire, di quell'avvenire, diceva la relazione, che non appartiene ai pusillanimi, ma ai perseveranti e agli audaci. Onde nulla di più improvvido, si concludeva, che cedere allo scoraggiamento e alimentare i dubbi degli altri cominciando a dubitar di sè stessi.