—A rivederci, signora Giulia, a rivederci, Lucilluccia mia—disse il giovine ingegnere Roberto Arconti, stendendo la mano alle due signore Dal Bono, madre e figliuola, ch'entravano in un negozio di mode nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano.

La signora Giulia fece una piccola smorfia sentendo il tono di confidenza con cui Roberto salutava la sua ragazza; pure quella smorfia finì in un sorriso, ed ella rispose—Addio, capo scarico,—mentre Lucilla non diceva nulla e si contentava di avvolgere il giovinotto in uno di quegli sguardi, che, a ventidue anni sopratutto, come ne aveva l'Arconti, penetrano fino alle midolle.

Era pur bella, Lucilla. Svelta della persona, con due grandi occhi neri, una bocca e un nasino da statua greca, e dei capelli d'ebano, lucidi, folti, un po' indocili, che facevano risaltare il candore d'una fronte squisitamente modellata.

Era pur bella e sapeva d'esser tale, e molti glielo avevano detto. Ma nessuno era andato più in là. Era opinione comune ch'ella avrebbe finito collo sposar Roberto Arconti, il quale, del resto, era un partito convenientissimo.

Ufficialmente i due giovani non erano ancora fidanzati. Lucilla aveva appena compiuto i sedici anni; Roberto, come sappiamo, ne aveva soltanto ventidue. Egli s'era laureato da pochi mesi al Politecnico e suo padre aveva deciso di mandarlo a fare un viaggio d'istruzione in Francia, in Belgio e in Inghilterra prima di cercargli una posizione. Dopo questo viaggio, sarebbe avvenuta per parte degli Arconti la domanda formale di matrimonio. Intanto Roberto e Lucilla avevano una certa libertà di vedersi e di chiacchierare anche da soli. A quattr'occhi usavano del tu confidenziale; in presenza dei terzi si davano del lei, ma quel caro e simpatico tu faceva di tratto in tratto capolino nella conversazione, salvo a rintanarsi timidamente a uno sguardo severo dei rispettivi babbi. In quanto alle mamme, esse lasciavano correre.

Roberto, lieto d'aver incontrata l'amata fanciulla, tornava a casa col viso giocondo e col passo elastico di chi trova bella la vita. Sì davvero; per lui la vita era sparsa di fiori. Nulla gli era mancato, nulla, tranne la prova della sventura. Quanti baci, quanti sorrisi, quante cure avevano rallegrato, avevano protetto la sua puerizia e la sua infanzia! Adolescente, egli era stato fornito di tutti i mezzi necessari ad acquistare una solida e varia istruzione; nè lo studio gli era riuscito difficile. Immaginoso, pronto d'ingegno, dotato di singolare memoria, era stato sempre fra i primi della scuola e aveva mostrato uguale attitudine per le lettere e per le scienze. Tutti facevano i più lieti pronostici pel suo avvenire; chi conosceva la famiglia diceva: Non sarà da meno di suo padre che ha saputo conquistarsi la stima universale. Nè la natura era stata avara con Roberto di quelle doti esteriori che solo gli spiriti molto ingenui possono spregiare in buona fede. Egli era bello di una virile bellezza; aveva la fisonomia aperta, intelligente, vivace, vestiva con naturale eleganza, ed era peritissimo negli esercizi che si associano volentieri all'eleganza e alla gioventù, come la ginnastica, l'equitazione, la scherma. A coronar questa giovinezza felice era venuto l'amore, l'amore di una tra le fanciulle più leggiadre di Milano, una fanciulla, soggiungevano gli spiriti positivi, che aveva circa duecentomila lire di dote.

Giunto a casa, in via Monte Napoleone, Roberto si fermò un minuto a scherzare col bimbo della portinaia, e quindi fece in quattro salti le scale.

Il servo, che venne ad aprirgli l'uscio, gli disse:—Il padrone la prega di passar subito nel suo studio.

—È già in casa il babbo?—chiese Roberto, facendo una di quelle domande inutili che sono uno dei tanti modi di esprimere la propria sorpresa.

—Sì, signore, da circa mezz'ora.