Il giovine entrò un momento nella sua camera a mutarsi vestito; poi si avviò allo studio di suo padre.

Il cavaliere Mariano Arconti era un uomo sulla cinquantina, i cui lineamenti ricordavano molto quelli del figlio. Appena qualche pelo bianco spuntava nella sua barba e ne' suoi folti capelli castani, tantochè egli avrebbe potuto parer più giovine che non era, se non lo avesse tradito una certa aria di stanchezza diffusa nella fisonomia. E siffatta stanchezza fu avvertita forse per la prima volta da Roberto nel momento in cui, aprendo l'uscio dello studio paterno,—disse—Babbo, mi hai fatto chiamare?

—Sì—rispose il cavaliere Mariano sforzandosi di nascondere la sua agitazione—debbo parlarti di cosa seria.

—Di cosa seria?—esclamò il giovine che cominciava a turbarsi.—C'è qualche disgrazia?

—Roberto—soggiunse il signor Mariano—finora la vita fu tutta rose per te; io speravo che tale sarebbe stata ancora per un pezzo…. ma la Provvidenza dispose altrimenti…. Non impallidire, figliuol mio…. Forse è meglio così…. Guai a chi non si addestra per tempo alla lotta.

—Babbo, io sono forte, ma il tuo esordio mi fa paura…. Vuoi ch'io ti ascolti imperterrito, e tu stesso sei imbarazzato a dirmi precisamente di che si tratta….

—Hai ragione…. Leggi questa lettera…. Or ora ti spiegherò.

E gli porse un foglio aperto il quale conteneva due sole righe. «Egregio signor cavaliere. Siamo dispiacentissimi di non poter accettare la nota operazione. Con la massima stima

/# «per la Compagnia Reale Italiana «di Assicurazioni sulla vita dell'uomo

«IL SEGRETARIO, ecc. ecc.» #/