Maria salì una piccola scala, infilò un corridoio e si fermò davanti a un uscio.—Eccoci—ella disse—non s'immagini di trovare una bella camera…. Però, domattina, aprendo le imposte, godrà di una magnifica vista. È tutto quello che ci può esser qui.

Dopo questo preambolo, la giovinetta entrò nella stanza, ch'era piccina, modesta, a muri bianchi, ma pulita assai.

—Se le manca qualche cosa, non ha che da suonare il campanello—ella soggiunse.—Dall'altra parte del corridoio dorme la Caterina, la nostra donna di servizio. Vede quell'uscio?—e additò un usciolino laterale.—Lì c'è una camera ove di giorno lavoro, stiro, inamido la biancheria; ma potrà servirsene anche lei; già io non ci sto mica da mattina a sera… e in ogni modo non disturbo…. Faccia conto che sia un salotto… Qui su questo tavolino ha il necessario per iscrivere… non so se le penne le accomoderanno; son quelle che adopero io…. per la nota del bucato…. Ecco l'armadio, ove riporrà la roba del baule, che è la, nell'angolo…. O piuttosto, non ne levi adesso che quello che le è indispensabile; pel resto l'aiuterò io domani… Buona notte….

Maria accese una candela che si trovava sul tavolino, diede ancora un'occhiata in giro per veder se tutto era in ordine; quindi strinse la mano a Roberto, e lo lasciò solo.

L'ingegnere Arconti non ebbe agio per quella sera di fermarsi a considerare la rustica semplicità della stanza che gli era assegnata dai suoi ospiti; un prepotente bisogno di riposo lo vinse e si coricò all'ora stessa in cui, a Milano, soleva uscir di casa per recarsi alla Scala o al Club.

IX.

Roberto dormì tutto d'un fiato sinchè la luce del giorno, penetrando nella camera attraverso gli spiragli delle imposte mal commesse, venne a svegliarlo ad un tratto. Balzò dal letto, si vestì a mezzo, e corse a spalancar la finestra. Maria aveva avuto ragione. La prospettiva era bellissima, e una leggera nebbietta che velava i piani più bassi del quadro non faceva che dar risalto maggiore all'insieme. Non era lo spettacolo imponente che Roberto aveva goduto in qualche punto dell'Alta Italia, ove le Alpi cinte di nevi fanno cornice ai boschi d'abeti e ai torrenti impetuosi; era una natura calma e serena, che attraeva e riposava lo sguardo. La casa sorgeva sopra una collina abbastanza elevata; a destra e a sinistra si vedevano altre collinette, dietro a cui spuntava qualche cima più ardua, più nuda, che lasciava indovinare i prossimi Apennini. Di fronte, verso levante, si stendeva a perdita d'occhio una pianura ubertosa, seminata a cereali ed a canape e frastagliata di mandorli, di viti, d'ulivi. Nè mancavano altri alberi, che con l'abbondante fioritura davano larga promessa di frutti. A capo di lunghi filari di pioppi o in mezzo a brune macchie di cipressi biancheggiava qualche casinetto di campagna illuminato dai primi raggi del sole. Qua e là, sulle pendici o nel piano, un campanile intorno al quale si stringevano poche case. Un fiumicello mezzo asciutto portava con tardo passo le sue scarse acque verso l'Adriatico di cui, a cielo perfettamente sereno, si sarebbe potuta distinguere la striscia azzurra al lembo estremo dell'orizzonte.

Il nostro giovinotto rimase per alcuni minuti appoggiato al davanzale della finestra. Egli non vedeva di là nè l'apertura del sotterraneo, nè il capannone sotto al quale eran collocati i forni delle fusioni, nè alcuna delle principali officine addette alla miniera, e per un momento avrebbe potuto credersi in villa presso un amico, se non lo avesse richiamato alla realtà delle cose l'odore di zolfo che si spandeva per l'aria, e il via vai delle squadre dei minatori che si davano il cambio. Roberto guardò l'orologio. Non erano che le sei. Ci volevano due ore e mezzo prima che Odoardo venisse a prenderlo, e l'Arconti arrossiva di starsene lì in muta contemplazione mentre l'opera del giorno era principiata pegli altri. Anch'egli doveva lavorare, anch'egli doveva lottare.

Lasciò la finestra e si accinse a terminare la sua toilette. Pure, a questo punto, lo prese una tristezza invincibile. Girò gli occhi intorno, e avvertì più viva che mai tutta la differenza tra l'ieri e l'oggi. Quell'asciugamano pulito, ma ruvido, appeso a un chiodo infisso nel muro, quel piccolo specchio malamente inquadrato in una cornice di carta pesta, quella brocca e quel catino di terraglia ordinaria, quelle pareti nude senz'altro fregio che un filo celeste alla base, il complesso insomma di quella camera, che la sera innanzi aveva appena osservata, lo ammoniva che la sua esistenza di giovinotto elegante era finita per sempre, ed era finita non solo in teoria, ma in pratica. Ed è appunto nella pratica che si manifestano le difficoltà maggiori. Poichè l'essere in massima disposti a tutti i sacrifici non toglie che il peso dei sacrifici si senta quando si comincia a compierli.

E ora pell'Arconti il Rubicone era passato davvero, ora s'inaugurava la vita nuova, una vita che imponeva il rifiuto di ogni raffinatezza, di ogni superfluità. Non era senza un certo imbarazzo che egli guardava la sua camicia diligentemente insaldata, e faceva il nodo alla sua cravatta di seta, e passava nell'occhiello i bottoni di pietra dura de' suoi polsini; e mentre si ravviava i capelli davanti allo specchio, era combattuto fra la vecchia abitudine di spartirli col pettine e il timore di rendersi ridicolo con una acconciatura troppo ricercata. Per quanto semplice fosse il suo abbigliamento, egli sentiva che agli occhi di quella popolazione di minatori egli doveva parere come un animale esotico, o peggio ancora, come un gingillo di porcellana che non si può toccar senza romperlo. D'altra parte, le ulteriori trasformazioni che gli sarebbe convenuto subire per acquistare il color locale, per diventar simile, per esempio, a Odoardo Selmi, lo empivano d'un segreto sgomento. Che avrebbe detto Lucilla a vederlo cambiato in tal modo?