—Abbi pazienza, e ti amerà—disse Gertrude, ansiosa di calmar la tempesta ch'ella stessa aveva provocata.—Ella conosce il bene che tu le vuoi, e non lo respinge….

—Non lo respinge per compassione—ruggì Cipriano.—Perchè è dolce, perchè è soave, perchè non vorrebbe veder soffrire nessuno…. Oh da questo lato non mi somiglia…. Soffrano pure quelli che non amo…. Soffro tanto anch'io….

E mentre parlava così, nelle contrazioni del volto e di tutta la persona, gli si leggeva un dolore che ignora lo sfogo delle lagrime.

Gertrude, persuasa che, pel momento, a discorrere farebbe peggio, s'era rassegnata a tacere, e non era piccolo sacrifizio per lei. Ella rimetteva a posto in silenzio la zuppiera, e riempiva di vino il bicchiere di Cipriano.

A un tratto fu colta da un eccesso di tosse e dovette sedersi.

Nella fisonomia del giovane si dipinse una cura diversa da quella che l'aveva oscurata fino allora. Egli si alzò e si avvicinò dolcemente alla vecchia che, nello sforzo, s'era tinta la faccia di pavonazzo e dal cui petto usciva un suono cupo e profondo.

—Sempre quella tosse, mamma?

—Non è niente…. Passerà—ella rispose fra un colpo e l'altro.—Ma tu, mettiti a mangiare…. fallo per me.

Cipriano sedette di mala voglia e prese alcune cucchiaiate di minestra. Non aveva fame; pensava al suo povero amore, pensava alla sua povera mamma, e al deserto che gli si sarebbe fatto d'intorno quand'ella fosse morta. Ma nel suo animo altero e iracondo s'agitavano anche altri pensieri. Era invidia, era odio verso quelli che a lui parevano i privilegiati della fortuna e che egli avrebbe voluto schiacciare sotto ai suoi piedi.

XI.