«L'altro ieri fui al cimitero a deporre una ghirlanda di semprevivi sulla tomba del tuo povero babbo. Credimi, Roberto, l'epitaffio che hai fatto incidere sopra la lapide è troppo semplice. Mariano Arconti meritava di meglio. E tu dirai ch'è vanità, ma già io non so rassegnarmi all'idea che non si sia eretto un piccolo monumento all'uomo che abbiamo perduto. Se non si voleva ricorrere al Vela, c'era il Barzaghi, che ha finito testè il busto di Giovanni Romilli commessogli dalla vedova. E quel busto di marmo di Carrara, lo collocheranno a giorni sopra un cippo di bardiglio a poca distanza dalla tomba di Mariano. Giovanni Romilli che guarda d'alto in basso Mariano Arconti! Son cose da far strabiliare.
«Del resto, mi assicurano che all' Unione ci sia dégringolade completa. Ne ho piacere per quella petulante della nuova direttoressa, che appena si degna di salutarmi quando m'incontra.
«Milano è un mortorio. Fa già un gran caldo, e non c'è uno spettacolo tollerabile. Parlo par oui dire, perchè, come puoi credere, io non andrei a teatro nemmeno se ci fosse la Patti. Per solito, sto la sera a casa, e t'assicuro io che m'annoio. Brigola continua a spedirmi i nuovi romanzi francesi, che rimando tali e quali. È molto se ogni mese ne trattengo uno. Sfido io a prendermi il lusso dei libri con quegli avanzi che ho.
«Per due giorni ebbi la compagnia di un bel pappagallo che m'era stato ceduto a buon prezzo da un signore che va a stabilirsi a Firenze. Son così sola che quella bestia mi sarebbe stata carissima, ma ho dovuto sbarazzarmene rivendendola a metà del costo. Figurati! Aveva imparato a dir tante parolaccie da far arrossire un soldato di cavalleria.
«Oh, ma è tempo di por termine a questa lettera décousue. Mille saluti di Lucilla e di sua madre. Mi dimenticavo dirti che una sera alla settimana gioco alle carte col signor Benedetto. È una seccatura messa a frutto…. Sono una buona madre, io…. Gipsy ha imparato a starsene ritta sulle due zampe di dietro, e in compenso di questa sua bravura io le ricamerò un collarino nuovo.
«Addio, addio. Leoni t'ha scritto? A me non venne ancora a far visita! Non si degna forse? Addio.
« La tua affez. mamma. »
« P.S. A proposito, scordavo il meglio. Lucilla ed io disapproviamo assolutamente la tua risoluzione di lasciarti crescer la barba. Ma già codesto soggiorno ti fa diventare un uomo selvaggio».
Allorchè Roberto s'era accinto a leggere la lettera di sua madre, Maria aveva chinato lo sguardo sul suo libro di temi. Però, mentr'egli scorreva rapidamente i foglietti vergati dalla signora Federica, gli occhi della giovinetta s'erano alzati più di una volta dal quaderno e avevano cercato di indovinare nella fisonomia dell'ingegnere l'impressione prodotta in lui da quella lettura. Una lettera della mamma? Pareva a Maria che dovesse di là sprigionarsi tanta dolcezza quanta può venirne da cosa alcuna nel mondo. Una lettera della mamma! Oh se anche a lei fosse dato riceverne! Con che festa l'accoglierebbe! Con che delizia pascerebbe lo sguardo nei rozzi e disadorni caratteri di quella sua diletta!… Ma pur troppo la sua mamma non le avrebbe scritto mai, pur troppo la sua mamma era morta. Invece Roberto, lui felice, aveva la sua mamma viva, ed ella gli scriveva in foglietti profumati di patchouli, e la sua calligrafia era elegante come la sua persona, ed ella aveva lasciato correr la penna sulla carta e gli aveva senza dubbio parlato di mille cose interessanti e di quella che lo interessava più di tutte, di Lucilla. O perchè il viso di lui, invece di atteggiarsi alla gioia, si atteggiava allo sconforto, perchè talvolta sulla sua fronte passava una nuvola, come un segno d'impazienza e di dispetto?
—Non ha mica ricevuto qualche cattiva notizia?—chiese Maria appena egli ebbe ripiegata e posta in tasca le lettera.