L'ingegnere Arconti accese una candela ed uscì.

Giunto che fu nello studio, tirò fuori macchinalmente da un cassetto un mucchio di carte e sedette davanti alla scrivania. Per qualche tempo non gli venne fatto di raccapezzare un'idea. Era lì immobile, coi gomiti appoggiati al piano della tavola, col viso nascosto fra le palme. I bei conforti che gli venivano da Milano! I belli incoraggiamenti a proseguir la sua via! Ma non doveva aspettarselo? Sua madre non era stata sempre così? Ebbene, è vero, doveva aspettarselo; tuttavia egli non aveva rinunciato alla speranza che a poco a poco ella fosse andata formandosi un più giusto concetto della situazione, ch'ella avesse finito col render giustizia a suo figlio. Follie! Come se una donna potesse cambiar indole a più di quarant'anni! Ma Lucilla almeno avrebbe dovuto considerar le cose da un altro punto di vista, e invece, pur troppo, era evidente che Lucilla si trovava all'unissono con la signora Federica. Roberto ebbe un momento d'abbandono, di sfiducia tetra e desolata; ma ben presto lo sovvenne la sua consueta energia. No, no, egli non aveva il diritto d'esitare, non aveva il diritto di dubitare di sè, della rettitudine della sua condotta e de' suoi propositi. Quand'anche gli mancasse ogni altro appoggio, quand'anche si sentisse come un naufrago nell'Oceano, la sua tavola di salvamento egli l'aveva. Era il lavoro. S'immerse nelle sue carte, concentrò tutte le forze della mente nella relazione che s'era prefisso di compiere in quella notte; non volle pensar ad altro, e riuscì a non pensar ad altro. Le idee che si eran fatte tanto aspettare accorsero in folla, e la forma si piegò docile ad esprimer le idee. Egli scrisse per più ore di seguito, e, quand'ebbe finito, rimase sorpreso egli stesso dell'opera sua. Gli pareva davvero impossibile d'esser lui l'autore di una memoria, che nel nitido stile acconcio agli affari riassumeva tutti i dati principali della gestione della miniera e dava una guida sicura per non ismarrirsi in un labirinto di cifre. Questa virtù della perspicuità egli l'aveva ereditata dal padre suo, e nel rileggere il suo manoscritto un'intima voce gli diceva che suo padre non avrebbe rifiutato di apporvi la propria firma. Oh, come gli sarebbe stata dolce in quell'istante una parola di suo padre, un sorriso, una lode! Tuttavia la coscienza che se il cavalier Mariano fosse vissuto, quella lode non gli sarebbe mancata, il convincimento ch'egli aveva di meritarla, gli riempiva l'anima d'un'ineffabile dolcezza. Sua madre e Lucilla calunniavano la sua vita dipingendola come gretta e prosaica; agli occhi di lui essa era illuminata dalla forte poesia del dovere, e tutti gli scherni del mondo non potevano bastare a fargliela tenere a vile.

XII.

Un giorno Cipriano ebbe un'ispirazione ardita. Vincendo la sua antipatia pell'Arconti, gli rivelò il suo amore per la sorella di Odoardo Selmi e i dubbi e i sospetti che gli laceravano l'anima. Roberto accolse con orecchio benevolo quelle confidenze, che non gli apprendevano nulla di nuovo, e dissipò le ombre che offuscavano la mente del giovane minatore. Egli stimava assai le virtù di Maria, ma non aveva per lei se non l'affetto che si può avere per una buona amica. Il suo cuore apparteneva ad un'altra. C'era nelle parole dell'ingegnere Arconti un tale accento di schiettezza che Cipriano ne rimase convinto e fece un passo di più; egli chiese a Roberto di usare in suo vantaggio il grande ascendente ch'egli aveva sull'animo della fanciulla. A ciò Roberto non assentì; egli non aveva nessun titolo per esercitare un'ingerenza di questa specie. Toccava a lui, a Cipriano, farsi amar da Maria; toccava a lui rivolgersi alla sola persona che avesse un'autorità legittima sulla giovinetta, a Odoardo. Cipriano si mostrò più mansueto di quello che il suo carattere violento non lasciasse supporre, e parve arrendersi alle ragioni dell'ingegnere. Se però egli avesse potuto aiutarlo in una cosa! Si sentiva superiore alla sua umile condizione; si sentiva agitato dalle inquietudini del sapere, e non aveva mai agio di scambiare un'idea, non aveva un libro che gli desse modo di colmar le lacune del suo spirito. Oh, non pretendeva di diventare un letterato! Si rassegnava a fare spropositi d'ortografia tutta la vita; la sua curiosità era d'un'indole esclusivamente scientifica; egli aspirava soltanto a coordinare, mercè qualche studio, le varie nozioni che aveva acquistato nella lunga esperienza delle miniere. Così egli avrebbe anche reso a grado a grado minore la distanza che lo separava da Maria, ora sopratutto che Maria aveva trovato chi si occupava della sua educazione. C'era un fondo d'amarezza in queste ultime parole di Cipriano, ma l'Arconti fece le viste di non accorgersene, e mise a disposizione del suo interlocutore le opere tecniche che formavan parte della sua piccola biblioteca.

Da quel momento, tra l'ingegnere Arconti e Cipriano si stabilì una certa intimità. In primo luogo si trovavano sempre in miniera, ove ormai l'ingegnere passava una buona parte della giornata, visto che le sue funzioni amministrative non gli occupavano che poche ore. Inoltre Cipriano, con la scusa dei libri, veniva spesso a casa dell'Arconti, e vi si tratteneva qualche tempo a esporre i suoi dubbi e a sollecitar spiegazioni. Era un fatto che la prontissima intelligenza sopperiva in lui alla mancanza di studi, e gli permetteva di apprendere con una singolare rapidità. Nè Roberto avrebbe voluto assumere verso il giovane soprastante l'ufficio di maestro; nè Cipriano si sarebbe acconciato alla parte umile di discepolo; nondimeno, in quei colloqui, che, se non potevan dirsi lezioni, avevano però un carattere scientifico, Roberto si prestava con vivo interesse a dirozzar la mente del minatore.

Verso Maria, Cipriano aveva mutato tattica affatto. Gentile sempre e ufficioso, non s'atteggiava più in modo così aperto ad innamorato; la vedeva anche più spesso d'una volta, la invigilava, ma sapeva nascondere la sua preoccupazione discorrendole di soggetti indifferenti. Era ormai deciso ad aspettare. E Maria lo trattava meglio quanto meno egli aveva l'aria di un pretendente; era lieta di poter manifestargli la tranquilla, fraterna affezione che ella gli aveva sempre portato. Forse non era persuasa nemmen lei ch'egli avesse dimesso tutte le sue vecchie idee; a ogni modo, godeva il presente e non le pareva vero della buona armonia stabilitasi contro ogni aspettazione fra due uomini ch'ella stimava ambidue…. quantunque in diversa guisa e in diversa misura.

Odoardo Selmi diceva:—L'Arconti fa miracoli. È persino riuscito ad ammansar Cipriano.

In quanto a lui, era contentissimo della crescente influenza che il suo amico andava acquistando nella miniera. La sua attività era tutta fisica; intellettualmente era inerte. Non avrebbe saputo rinunziare alle fatiche del corpo; rinunziava ben volentieri a quelle dello spirito. Era una gran dolcezza per lui, alla fine d'una giornata operosa, poter starsene cheto con la sua pipa in bocca, col suo fiasco di vino davanti senza bisogno di pensare a innovazioni e a miglioramenti. Ci pensava Roberto, e il Selmi gli lasciava libertà piena per le piccole cose, e per quelle di maggior rilievo gli consentiva di scrivere alla Direzione di Londra. Dal canto suo, si limitava a firmare le lettere.

A Londra s'erano accorti che una mano più vigorosa, una mente più ricca d'iniziativa aveva impresso un maggior movimento dell'usato a Valduria, e nelle lettere particolari che spedivano all'ingegnere Selmi si congratulavano con lui del nuovo impiegato. Una lode speciale era toccata all'Arconti in seguito alla relazione trasmessa a Londra; ove le sue proposte tecniche (e dico sue perchè realmente appartenevano a lui e perchè Odoardo non ne dissimulava punto l'origine), sebbene non accettate tutte, avevano fatto crescer la stima ch'egli aveva saputo inspirare. Per due cose principali egli era riuscito ad ottener l'adesione della Società; per l'apertura d'una nuova galleria e per gli studi e per gli esperimenti necessari all'applicazione di un sistema da lui immaginato affine di risparmiar combustibile nel riscaldamento dei forni. Egli vi si era accinto col fervore proprio della sua tempra e della sua età, e non lo turbava punto lo scetticismo che gli spirava intorno. Si risovveniva d'un detto di suo padre: Guai a chi nei momenti critici della vita non crede in sè stesso. Sarà come un fuscello palleggiato dal vento.

Del resto, solo affatto non era. Cipriano divideva tutte le sue idee, Maria divideva la sua fede nel buon esito de' suoi tentativi. Quando Odoardo Selmi tentennava il capo e borbottava fra i denti:—Ho paura che si finirà col gettar danaro per nulla—sua sorella gli dava sulla voce:—Lascialo fare. La sa più lunga di te.—E l'ottimo Selmi assentiva:—Questo è vero.—Tutt'al più soggiungeva un però, come principio d'una nuova proposizione che stimava meglio di non continuare.