—Siamo intesi—disse Roberto al suo amico Selmi.—Io sarò qui domani quindici; ma, se accadesse cosa alcuna da render necessario più presto il mio ritorno, non hai che a scrivermi o a telegrafarmi.
—Non accadrà nulla sicuramente.
—Lo credo anch'io. A ogni modo, hai capito…. Buon giorno, Maria—continuò l'Arconti rivolgendosi alla giovinetta e stringendole forte la mano.—Stia bene, e a rivederci presto.
—A rivederci—ripetè Maria con voce commossa.
Anche M.^r Black rinnovò i suoi saluti; poi il cocchiere fece schioccare la frusta, la carrozza diede tre o quattro scossoni e si mosse lentamente giù pel pendio.
L'ingegnere Selmi e sua sorella rimasero immobili finchè la vettura non fu scomparsa dietro una macchia d'alberi. All'ultimo momento, Maria agitò il fazzoletto e fece un segno con la testa a Roberto, che s'era voltato anche lui. Poscia si passò rapidamente quel medesimo fazzoletto sugli occhi.
M.^r Black aveva deciso di soffermarsi un giorno a Bologna insieme all'Arconti, che egli voleva presentare a un ingegnere inglese suo amico domiciliato colà. Per conseguenza, Roberto, prima di partire da Valduria il lunedì, aveva scritto a sua madre che sarebbe arrivato a Milano il martedì sera, tenendo conto appunto della sosta in Bologna. Senonchè, per accidente, M.^r Black venne a sapere durante il viaggio che la persona in questione era a Napoli, ond'egli deliberò di proseguire difilato per l'Inghilterra. E Roberto, il quale non aveva nulla da fare in Bologna, fu ben lieto di poter giungere a casa sua ventiquattr'ore più presto. Ebbe un momento la tentazione di mandare un dispaccio a Milano, ma poi pensò che non ne valeva la pena, e ch'era meglio procurarsi il gusto d'arrivare all'improvviso.
Separatosi a Piacenza dal suo compagno, che prese la linea Alessandria-Torino, egli si rincantucciò in un angolo del vagone e procurò di abbandonarsi senz'altro alla gioia del ritorno, alla gioia di riveder fra poco la sua città natale, sua madre, la sua Lucilla. Ma invano. Alle immagini gioconde si mescevano, suo malgrado, tetre preoccupazioni. Sentiva che non solo da sua madre, ma anche da Lucilla egli avrebbe dovuto attendersi un'opposizione feroce a' suoi piani. Qualche volta gli si affacciava alla mente questo terribile dilemma: o rinunciare alla vaga fanciulla che aveva prima fatto battere il suo cuore, o abbandonare la via su cui aveva in pochi mesi fatto passi insperati. Se pensava che Lucilla era stata per tanto tempo la pupilla degli occhi suoi, non riusciva nemmeno ad intendere come, posto al bivio, avrebbe potuto esitare un istante; se poi rifletteva al tesoro d'energia e di attività che aveva speso in un anno, non sapeva reggere all'idea di averlo speso per nulla, di dover ricominciare da capo. Ora si rimproverava d'amar poco Lucilla, ora rimproverava a Lucilla d'amar poco lui. Ora diceva a sè stesso che il cuore della giovinetta gli sfuggiva, ora si domandava con una vaga inquietudine se non era invece il suo proprio cuore che non palpitava più come una volta. Oh! ma perchè crucciarsi così? Forse di lì a poco uno sguardo, una parola avrebbe dissipate tutte queste incertezze.
Un guasto sulla linea Piacenza-Milano ritardò di due ore l'arrivo del treno.
L'ingegnere Arconti non giunse a casa di sua madre che dopo le otto pomeridiane. Una donna di servizio, ch'egli non conosceva e da cui non era conosciuto, gli disse che la signora Federica era dai Dal Bono, ove si sarebbe trattenuta tutta la sera.