Scosse il capo e si sforzò di sorridere
— Saranno ubbìe. Ma è una ragione di più perchè tu non mi dia dispiaceri... Oh, ecco qualcheduno che si dirige dalla nostra parte... Avranno bisogno di me, per miracolo.
In fatti, mentre un uomo in cui l'Angela riconobbe il procaccino telegrafico di San Vito, s'avanzava frettoloso lungo il sentiero, un altro (era Giacomo, il servitore) gridava a pieni polmoni, fermo presso una macchia d'abeti:
— Signorina, i padroni si sono svegliati e domandano di lei.
— Vengo, vengo — ella gridò alla sua volta, accelerando il passo.
Cammin facendo ella prese di mano al procaccia i due telegrammi e disse a Tullio: — Firma tu la ricevuta... Io non ho un minuto da perdere... Ho da vestire i nonni, ho da vestir me... e poi... e poi tutto il resto... A più tardi... Abbi pazienza...
E coi due dispacci aperti (due dispacci d'auguri) risalì la scalinata.
XV.
Dalle nove in poi l'Angela s'era sentita come presa in un ingranaggio, come travolta in un turbine, e benchè avesse dovuto provvedere a tutto, vigilar su tutto, le pareva d'esser vissuta in un sogno, d'esser stata, anzichè una volontà direttiva e cosciente, un cieco stromento di forze ignote ed imperscrutabili. Ora (erano quasi le cinque) insieme col dottor Vignoni, aveva riaccompagnato i suoi vecchi nelle loro camere, e mentre il medico somministrava ad essi qualche calmante, ella, nell'andito che divideva le due stanze, abbandonata sopra una sedia, con la faccia tra le mani, cercava di raccoglier le sue impressioni, di fermar le immagini che, come accade nel sogno e quasi non si riferissero a scene pur dianzi svoltesi davanti a lei, si confondevano nella sua mente.