Prima, la toilette del suo babbo e della sua mamma. Egli, nella redingote attillata, con la sua commenda dei Santi Maurizio e Lazzaro al collo, faceva ancora una certa figura; ma lei, nel vestito di seta nera che dava maggior risalto al pallore del viso scarno e aggrinzito e si sgualciva in mille pieghe sulla persona esile, curva, rattratta, era proprio una rovina... Poi la cerimonia religiosa. Era strano; di quella cerimonia voluta da lei, di quella cerimonia che, nel suo pensiero, doveva santificare la giornata, l'Angela non si ricordava che qualche futile particolare: l'acuto profumo di muschio che i suoi nipoti Max e Fritz spargevano intorno a sè; la tenda d'uno dei finestrini che gonfiandosi di quando in quando a un fiato di vento lasciava intraveder le teste ricciute dei bimbi del giardiniere, arrampicatisi sugli sporti del muro esterno per guardar dentro nell'oratorio; il risolino sarcastico errante sulle labbra del commendatore Ercole nel momento in cui don Luca, il parroco di San Vito, terminata la messa, aveva creduto bene di aggiungere il suo bravo fervorino magnificando un vincolo conjugale suggellato da mezzo secolo di amore e di fede reciproca, lodando la pietà dei figliuoli accorsi da lidi remoti a rendere omaggio agli autori dei loro giorni, raccomandando il rispetto alla religione, l'ossequio alla Chiesa, porto unico di salvezza...
Poi tutti s'erano alzati in piedi, e allora, allora sì l'Angela aveva avuto una grande emozione. Chè ad uno ad uno i figliuoli, il genero, la nuora e i nipoti avevano deposto un bacio sulla fronte degli eroi della festa, ed ella che poche ore innanzi aveva creduto così difficile di trovarsi faccia a faccia con la Letizia e con Girolamo, aveva sentito, in uno scoppio di pianto, in un impeto di tenerezza, spegnersi ogni rancore, e le sue labbra s'erano sporte e le due braccia s'erano aperte volonterose a quelli che l'avevano ingiuriata coi loro sospetti...
— Signorina Angela! Signorina Angela!
Gli altri erano in giardino, in attesa del pranzo; ella, chiamata dalla servitù, aveva dovuto sorvegliar gli ultimi apparecchi della tavola imbandita per ventiquattro persone, scintillante di cristalli, lucente d'argenterie, sparsa di fiori...
Dalla porta spalancata le giungeva l'eco delle conversazioni vivaci, udiva le risate della Marialì che se la godeva un mondo a ingalluzzire il parroco don Luca e l'arciprete don Antonio, e vedeva passare e ripassare l'Antonietta a braccio del padre, e Tullio dietro a loro, come un'anima in pena.
................
Din, din, din... A tavola, a tavola.
Un rumore di sedie smosse, un acciottolio di stoviglie, un tintinnìo di bicchieri; quindi un relativo silenzio; solo dopo la seconda portata il sussiego cessò. E d'allora in poi fu un continuo crescendo, fin che il baccano toccò il suo culmine allo sciampagna. I tappi delle bottiglie volavano in aria con lo strepito secco di colpi di rivoltella, la schiuma traboccava dai calici, i brindisi si succedevano, s'intrecciavano, si accavallavano gli uni sugli altri. All'Angela, benchè avesse appena accostato il bicchiere alla bocca, una morsa d'acciajo stringeva le tempie, una nebbia pesante gravava gli occhi, e in mezzo a quella nebbia la tavola le pareva ondeggiare e le figure dei commensali avvicinarsi e allontanarsi a vicenda. Una però le spiccava dinanzi netta e precisa. Era quella della Marialì, nel suo abito chiaro guarnito di pizzi, con una rosa tea inserta nei capelli bruni, con un sorriso provocante sul labbro. E accanto a lei, l'uno a destra, l'altro a sinistra, don Luca e don Antonio con gli occhi imbambolati di chi ha troppo bevuto...
Dopo il pranzo il ricevimento in giardino, all'aperto, approfittando della giornata mitissima, forse l'ultima giornata mite dell'anno, perchè il barometro seguitava a scendere e l'occidente andava via via coprendosi di nubi.
Il segretario comunale e il farmacista di San Vito con le rispettive consorti, l'assessore anziano, il maestro di scuola, l'organista, tutti acidetti, perchè non erano stati invitati al banchetto, ove pure s'era creduto bene d'invitare il dottore con la consorte e la signora Cesira e don Antonio, e altri ancora... Già si sa, per tutti non c'era posto... bisognava scegliere le persone di maggior conto... Ah, non per questo gli auguri erano meno sinceri... anzi...