E apportatori d'auguri e di voti vennero anche il cavaliere Soldani proprietario d'una fornace nelle vicinanze, e l'ufficiale postale di San Vito, e certo signor Mazzi ex negoziante di salumi, il quale, avendo anni addietro comperato in quei dintorni una villa da un'antica famiglia patrizia in rovina, s'era trovato conte di punto in bianco, senza suo merito e senza sua colpa, perchè i suoi coloni vissuti sempre alle dipendenze di gente titolata non potevano ammettere d'aver per padrone un plebeo. Il conte Mazzi era sordo e rinminchionito, ma appunto per questo il commendatore Ercole lo riceveva volentieri, nell'amara compiacenza di vedere una decrepitezza peggior della sua in un uomo assai meno vecchio di lui. Invece l'Angela ne soffriva, costretta com'era, ella mite e pietosa, ad alzar la voce per farsi intendere, ad ajutarsi con lo sguardo e col gesto per rimettere in carreggiata quel povero diavolo, il quale, ostinandosi a rispondere a caso, ne diceva d'ogni colore. E oggi il conte, o fosse più sordo del solito, o lo turbasse la presenza di molte persone, non ne aveva azzeccato una, aveva parlato della sua salute quando gli avevano chiesto della vendemmia, e della sua stalla quando gli avevano domandato notizie di sua moglie inferma, provocando così un'ilarità mal repressa di cui egli aveva finito per accorgersi e che lo aveva indotto ad accorciar la sua visita. L'Angela s'era sentita una stretta al cuore allorchè nel salire sul suo biroccino egli le aveva detto: — Il suo papà ci vede poco, ma io mi cambierei con lui... Creda pure, una gran disgrazia la sordità. — E poich'ella gli susurrava qualche parola di conforto, il conte le aveva risposto tutto commosso: — Grazie, grazie... Come va che a lei la capisco?... È buona, lei.

Poco dopo del conte Mazzi s'era accommiatato don Luca, offrendo un posto nella sua carrozzella all'arciprete che aveva addotto un pretesto qualunque per rimanere ancora a barattar quattro chiacchiere con quella deliziosa signora Marialì... Il suo superiore gerarchico l'aveva fulminato con un'occhiata, ma egli, don Antonio, s'era stretto nelle spalle. Già a lui vescovo non lo facevano in nessun modo e per quello che s'aspettava dalla Curia valeva proprio la pena ch'egli si negasse ogni svago onesto!...

Il veicolo di don Luca aveva appena oltrepassato il cancello che l'Angela s'era vista circondata dalle bimbe della Scuola comunale di San Vito di cui ell'era ispettrice. Venivano, guidate dalla sottomaestra Zorani, a portar le loro felicitazioni, si schieravano in semicerchio davanti al commendatore Ercole e alla signora Laura, e una di loro, quella ch'era in fama di più svegliata, cominciava a recitare un complimento, fatica particolare della signora Cesira, la quale, ospite di Villarosa sin dalla mattina, aveva aspettato con ansietà questo momento solenne.

In questo giorno... — principiava la bimba.

Ma un oh doloroso dell'ex Prefetto, non abbastanza preparato alle gioje di un'accademia di declamazione, la faceva restare in asso.

In questo giorno... in questo giorno...

Di letizia — suggeriva la signora Cesira, rossa come un gambero.

Di delizia — biascicava la bimba.

Letizia, letizia — ripeteva furibonda la maestra provocando con la voce e con lo sguardo un'irreparabile catastrofe.

Perchè, mentre la voce colpiva in pieno petto la declamatrice, gli occhi, divergendo l'uno a destra e l'altro a sinistra per effetto dello strabismo, sembravano fissarsi con espressione minacciosa sulle due bimbe collocate ai due capi opposti del semicerchio e le facevano prorompere in dirottissimo pianto. Animata dall'esempio, la vera colpevole era scoppiata in lacrime anch'essa, e il commendatore Ercole, alzando le mani al cielo, s'era messo a gridare: — Basta, basta per carità!