— Ci son due colonne sul Ministero e il paese — rispose la figliuola aprendo l'altro foglio che le stava dinanzi. E nel legger quel titolo la voce di lei aveva una certa esitazione, perch'ella sapeva benissimo che se la politica estera non interessava suo padre, la politica interna aveva quasi sempre la virtù di farlo uscire dai gangheri.
— Il ministero e il paese! — esclamò sarcasticamente Ercole Torralba. — L'uno val l'altro... Ah, se quarant'anni addietro si fosse potuto prevedere quello che sarebbe successo non si avrebbe rischiato la pelle per mettere in piedi questa baracca.
Invero il Torralba la pelle non l'aveva rischiata; era giustizia tuttavia il riconoscere che in gioventù egli era stato un buon patriota e s'era adoperato secondo le sue forze in prò della causa nazionale. Ma egli non era uomo d'idee larghe e d'animo alto; aveva una certa facilità e apertura d'ingegno che, non corretta, non regolata dalla meditazione e dallo studio, lo rendeva spesso avventato ne' suoi giudizi e gli dava un concetto eccessivo di sè; aveva la stretta probità ch'è bastevole perchè uno faccia il proprio dovere; non la delicatezza orgogliosa che ci vieta di mercanteggiare i compensi per questo dovere adempiuto. Onde, entrato nei pubblici uffici, era stato sempre un funzionario inquieto, ombroso, incontentabile. Gli pareva che si disconoscessero i suoi servigi, gli pareva che gli si preferissero altri men degni; e le promozioni e le onorificenze che pur gli venivano largite arrivavano troppo tardi per disarmarlo. Prefetto successivamente in varie provincie del Regno, s'era fitto in capo che l'alta carica dovesse fruttargli un seggio al Senato, e tempestava di sollecitazioni deputati e ministri, e deluso a ogni infornata tirava giù a campane doppie contro la camorra trionfante. Si può figurarsi se i suoi umori si fossero inaciditi dopo il suo collocamento a riposo nel 1880. Sebbene fosse in fondo d'idee conservative, il suo linguaggio verso il Governo somigliava a quello dei più scalmanati ed egli si univa con questi nel pronosticare la rovina del giovine Regno d'Italia. Un paese che mancava di riguardi a lui era un paese immeritevole, nonchè di prosperare, di esistere.
— Una baracca da fiera di villaggio — seguitò il Torralba — ove i Ministri ballano sulla corda e i deputati fanno da pagliacci, e il pubblico, ch'è poi composto di tutta la nazione, fischia ma paga.
— Però — riprese timidamente l'Angela — quando Girolamo le dice lui queste cose, tu gli dai sulla voce.
— Sicuro. Lui non ha il diritto di dirle... Che sacrifizi gli è costata l'Italia? Ha trovato il pranzo pronto e s'è seduto a tavola. Se si son commesse delle ingiustizie (e quante e quali!) a danno di suo padre, egli non s'è guastato il sangue... A lui tutto andava a seconda. Mentre noi ci rifugiavamo in quest'eremo egli piantava a Roma il suo studio d'avvocato, sposava una donna ricca, gettava le basi della sua candidatura al Parlamento, e tra i clienti e la consorte e la politica aveva un'infinità di buone ragioni per non venir quì che a ogni morte di Papa... Ora siede all'estrema sinistra e si atteggia a tribuno, ma in casa sua fa l'aristocratico e tien carrozza e cavalli e servitori in guanti bianchi e lascia che sua moglie si freghi intorno alla nobiltà... No, no, non c'è logica, non c'è altro che il tornaconto.
— Ebbene, babbo, io prego te e pregherò Girolamo di non tirare in campo nei vostri colloqui nè il Governo, nè il Parlamento, nè il paese, nè la democrazia, nè l'aristocrazia, nè niente di tutto quello che può esser fonte di dissidi.
Forse nell'animo dell'ex Prefetto balenò l'idea della vanità d'ogni contrasto per chi era come lui all'orlo della tomba, ed egli accolse con inusata mansuetudine le raccomandazioni della figliuola limitandosi a borbottare: — Per me tanto... ormai...
Dalla sua poltrona la signora Laura piagnucolò: — Angela, questa pillola.
— Alle dieci, mamma, alle dieci, non prima. — Sai che il medico vuol che ci siano almeno quattr'ore d'intervallo fra l'una e l'altra.