— Oh!... C'è il babbo.
Quì la baldoria ebbe fine perchè in un batter d'occhio Bortolo tolse l'ombrello alle mani inesperte del suo primogenito, lo chiuse e lo consegnò a Tullio, dicendogli:
— Se si degna, prenda questo... Non è elegante, ma è solido e ci si sta sotto comodamente in tre persone... Lo prenda, lo prenda, e lasci fare i conti a me con questi signorini... Chi v'ha permesso?... Dov'era la mamma?
Mentre i bimbi, piagnucolando, spiegavano al genitore come fossero usciti di casa in un momento che la mamma era salita a chiuder le imposte del primo piano, Tullio, decisosi ad accettare l'offerta, si dirigeva di corsa verso il cancello, e in mezzo a un nembo di polvere infilava lo stradone.
Frattanto, appesa al braccio del fratello Cesare, l'Angela camminava lentamente su e giù per la sala terrena. Chi l'avesse vista alla luce sarebbe rimasto colpito dal suo pallore, ma Cesare non se n'accorgeva, sia perchè l'ombre avevano ormai invaso la sala, sia perch'egli era infervorato a discorrere de' suoi disegni per l'avvenire. Ah, egli non sapeva che male le aveva fatto con quella sua semplice comunicazione:
— Sorellina mia, m'è arrivata una lettera che mi chiama a Roma per Mercoledì.
Ella ebbe appena la forza di balbettare: — Vai... a Roma?
— Sì, mi pare di averti detto che ci sarei dovuto andare... Ma non credevo che fosse così presto...
— Per tornare?... — soggiunse l'Angela, trepidante.
Ed egli aveva risposto: — Ripasserò certo di quì... per due o tre giorni... Anche dall'America mi sollecitano.