— È meglio ch'io non segga — ella disse. — Fin che la macchina va... Dormirò un'ora di più domattina.
Guardava fuori, nella luce sempre più fievole del crepuscolo. Il vento continuava a infuriare; cadevano sull'ajole l'ultime rose; divelti dai gracili rami, i bianchi fiori stellati del bel gelsomino che s'arrampicava tra le finestre volteggiavano in aria come fiocchi di neve, e venivano ad ammucchiarsi sul ripiano della scalinata...
— È l'inverno, è l'inverno che s'annunzia — sospirò l'Angela. E la tristezza della sua anima si confondeva con la tristezza della natura.
Pareva invece che il brutto tempo ed il bujo avessero ingalluzziti quelli che si trovavano in salotto. Fra risate ed applausi una voce di donna, la voce della Marialì, canticchiava una strofa sguajata della Vie parisienne.
— Beata lei che ha sempre buonumore! — esclamò l'Angela rivolgendosi al fratello.
Cesare rispose: — Sì, ma se verrà il momento in cui nessuno più le faccia la corte, morirà disperata.
— Non verrà mai quel momento — soggiunse l'Angela con un'intonazione amara in cui si tradiva il malanimo della donna virtuosa e non bella verso l'avvenente e leggera alla quale vanno tutti gli omaggi.
— Verrà tutto in una volta, non dubitarne — ribattè Cesare Torralba. — E allora sentirà il vuoto della sua vita... sentirà che cosa sia non esser stata nè buona moglie, nè buona madre.
La Marialì, accompagnandosi sul pianoforte, seguitava a cantare:
Je suis la veuve... la veuve d'un colonel.