Frattanto, preceduti dalla madre, scendevano dalle loro stanze i due Alvarez. Indossavano lo smoking coi risvolti di seta, erano pettinati, lisciati, profumati come se fossero usciti allora dalle mani d'un parrucchiere di via Toledo.

La Letizia si guardò intorno, non si curò del fratello Cesare e del dottore ch'erano assorti nella loro conversazione, ma indirizzandosi all'Angela, chiese: — E gli altri?

L'interrogata accennò al salotto attiguo, onde la Letizia s'avviò a quello in compagnia dei figliuoli, la cui apparizione fu accolta da un oh tra ammirativo ed ironico.

Cesare toccò il braccio del medico.

— Sono due gran caricature que' miei nipoti.

Vignoni si contentò di sorridere.

Di là dai vetri si disegnò un'ombra, l'Angela balzò in piedi, la portiera si spalancò con fracasso, e Tullio, gocciolante da tutte le parti, si precipitò nella sala, gettò lungi da sè il cappello sformato, gettò l'inutile ombrello e disse affannosamente:

— Ebbene?... Sono andato quasi fino a San Vito senza incontrar nessuno... È tornata?

L'Angela non ebbe bisogno di rispondere, perchè parte di quelli che si trovavano in salotto s'erano mossi al rumore, e l'Antonietta, dimentica delle contumelie slanciatele dal cugino, fu la prima a presentarglisi e a commiserarlo.

— Oh povero Tullio! In che stato! Sembri una fontana.