La similitudine non aveva nulla di offensivo, essendovi fontane che sono capolavori d'arte, ma un uomo ch'è fradicio fino al midollo e cola acqua dai capelli, dagli occhi, dalle narici non è tenuto ad avere una grande equanimità, e Tullio cominciò già ad esser ferito dalla pietà canzonatoria di colei per amor della quale egli aveva affrontato la bufera. Anzi vedendola così asciutta mentr'egli era così bagnato gli venne il dubbio d'essere stato preso in giro, e insinuò stizzosamente:
— A che gioco giochiamo?... Sarei per scommettere che non hai nemmeno messo il naso fuori della porta.
— Questa è grossa! — esclamò l'Antonietta alzando le mani al cielo. — Meno male che ho i miei testimoni... Max! Fritz!... Avanti!
I due giovinetti s'inoltrarono con la cautela di persone che non volevano arrischiare un piediluvio nel lago che andava via via formandosi intorno a Tullio.
— Rispondete subito — intimò l'Antonietta. — Ero o non ero una mezz'ora fa in aperta campagna esposta alla pioggia ed al vento?
— Altro che esserci! — replicarono in coro i due Alvarez. — Eravamo insieme.
Ma la constatazione del fatto, in luogo di calmare gli spiriti bollenti di Tullio, rese il suo linguaggio più ostile e più provocante.
— Ah, eran quelli i tuoi cavalieri? — egli disse.
— Già. Ero col babbo, e nel ritorno si accompagnarono a noi Max e Fritz. Che c'è di strano?
L'Angela, Cesare, il dottor Vignoni esortavano Tullio a smettere, ad andarsi a spogliare, ch'era la cosa più urgente, ma egli aveva bisogno di sfogar il suo malumore, e, con un profondo inchino all'Antonietta, replicò: