Giacomo, che assisteva al colloquio, parve maravigliato d'una precisione di calcolo che la Marianna non soleva possedere nell'addizionare la cifra delle spese; ma la più confusa fu l'Angela che non si capacitava d'aver trascurato una circostanza così grave... Non era superstiziosa, ma insomma quel tredici a tavola in una solennità domestica l'era di cattivo augurio.

Tuttavia ella si limitò a rispondere: — Non è ancora ben certo che non venga una delle mie cognate; in ogni modo c'è sempre il tempo d'invitare il dottore, o il parroco, o qualche amico, e in tredici non saremo. E adesso coricatevi pure, Marianna, che domattina dovete esser lesta di buon'ora anche voi.

L'Angela fece un cenno a Giacomo che con un lume in mano precedette la padroncina su per le scale e intraprese con lei il giro delle camere riservate agli ospiti, cominciando da quella del signor Cesare, il primo che doveva arrivare.

V.

— Saranno dieci anni in Febbrajo — notò Giacomo — che è morto quì il povero signor Manlio.

— Proprio in Febbrajo — sospirò l'Angela mentre si assicurava che le coperte del letto erano sufficienti. — Allorch'egli era un ragazzo e Cesare era appena uscito dalle mani della bambinaja era questa la camera ove stavano tutti e due nelle poche settimane di primavera e d'autunno che passavano a Villarosa. Dopo, Cesare principiò la sua vita randagia e la camera rimase al solo Manlio. V'erano però sempre i due letti... te ne ricordi?

— Sì, sì.

— E ogni volta che Cesare faceva una corsa alla villa, egli ripigliava il suo posto presso il fratello a cui voleva tanto bene.

— E quanto ne voleva a lui il signor Manlio! E come lo chiamava in quegli ultimi giorni!