— Cesare era allora a Costantinopoli... Non ci fu il verso d'avvertirlo — replicò l'Angela. — È stato un precipizio.
Troncando il discorso penoso, l'Angela volle verificar co' suoi occhi se c'era l'acqua nella brocca del lavamano, se c'erano i fiammiferi sul comodino e i pettini sul tavolino da toilette.
— Cesare potrebbe aver bisogno di riposarsi un pajo d'ore — ella disse. — Devono essere quasi quindici giorni ch'egli non dorme in un buon letto... E faceva di quei sonni quand'era un ragazzo!
Dalla camera di Cesare l'Angela, sempre accompagnata dal servo, passò nel quartierino assegnato alla Letizia Alvarez e ai suoi due figliuoli. La camera della Letizia era forse la più bella della villa, esposta a mezzogiorno, sul giardino, e non c'è dubbio che le cognate di Roma e di Parigi, se fossero venute, ne sarebbero state gelose. Meglio dunque, per questo lato, che non venissero. In quanto a Marialì, aveva tanti altri difetti, ma era tagliata più alla buona e non badava a certe piccinerie. Quella benedetta Letizia invece aveva i suoi fumi fin da ragazza, fin da quando, venticinque anni addietro, alla Prefettura di Salerno, faceva lei gli onori di casa in sostituzione della sua mamma sempre timida ed impacciata. Poi ell'aveva conosciuto il tenente di vascello Alvarez, che, sposandola, le aveva comunicato le sue arie di grande di Spagna in partibus, benchè, con tutto il suo Alvarez, egli fosse di famiglia borghese arricchitasi nel commercio di oggetti di tartaruga. E anzi questo traffico, abbandonato dal padre di lui, fu continuato sino all'ultimo da uno zio che aveva bottega in Piazza del Plebiscito e che in mancanza di parenti più vicini lasciò erede il nipote. Costui si affrettò a cedere il negozio, con l'espresso divieto di far figurare in qualsiasi modo il nome di Alvarez nell'insegna della nuova ditta, e mentre ereditava il patrimonio riusciva a far sparire dalla casa ogni traccia di tartarughe e dal cuore ogni ricordo dello zio generoso.
— Speriamo — disse l'Angela la quale aveva fatto addobbare a nuovo la camera — che queste tappezzerie incontrino il gusto di mia sorella.
— È un alloggio da regina — ribattè Giacomo. — Vorrei vedere che non ne fosse contenta!
— Tu non sai che luogo di delizie abbia mio cognato a Posilipo — riprese l'Angela. — Io conosco la posizione, un incanto; non conosco la villa che fu fabbricata solo negli ultimi anni; ma mio nipote Tullio che ci fu due volte me ne faceva una descrizione entusiastica. E sì ch'egli vive parte dell'anno a Parigi e anche a casa sua si trattano da gran signori.
Giacomo era poco persuaso. — Per la posizione, sarà. Lì c'è la collina, lì c'è il mare, e quì non abbiamo che una pianura bassa. Ma per la camera, via... neppure sua sorella ne avrà una migliore di questa.
— Almeno avesse il bagno accanto! — soggiunse l'Angela.
— Se vorrà fare il bagno — notò il servo — scenderà a pianterreno come gli altri... come, del resto, scendeva tre anni fa...