Ed ella replicò con impeto: — Ma se fra i due è sorto un equivoco che può spezzar per sempre la loro felicità, non dovremo far quello che dipende da noi per salvarli?

— Un equivoco? Quale?... È un fatto che nei primi due giorni ch'ero quì parevano in ottimo accordo: mentre da domenica si sfuggono più che non si cerchino.

L'Angela raccontò al fratello quello che aveva visto, quello che aveva indovinato. E come ricordava ormai tutto! Le piccole civetterie della Marialì con Tullio nella sera di Sabato, la crisi di lacrime al pianoforte, l'apparizione grottesca di Giulio Frassini, quella sera medesima, alle calcagna della Lisa; il grido doloroso dell'Antonietta; e poi, la mattina appresso, l'atto di contrizione del cognato; e, nel corso della giornata, a varie riprese, i lamenti di Tullio sul voltafaccia della cugina, il suo correre a precipizio alla ricerca di lei nell'imminenza del temporale; e, al ritorno, le parole acerbe contro la ragazza, lo scatto contro gli Alvarez... E intanto, da parte dell'Antonietta, quello stringersi con affettazione al padre, quasi per difenderlo o per esserne difesa, quel riserbo ostinato verso gli altri, come di chi teme d'esser scosso nella sua fede, nella sua follia di sacrifizio...

— Perchè è una follia — insisteva l'Angela mettendo nel suo linguaggio tutto il calore della giovinezza ch'ell'aveva perduta, tutto il fremito della rivolta ch'ell'aveva soffocata quando si trattava di sè. — L'Antonietta non deve immolarsi a suo padre.

— Ah no davvero! — esclamò Cesare in tuono convinto. — Egli non lo merita.

Un lieve rossore colorò le guancie dell'Angela.

— È un disgraziato — ella disse.

— Con te fu uno sleale.

— Non rievochiamo un passato remoto — supplicò l'Angela. — S'egli ebbe colpe le ha espiate crudelmente.

— Per questo non c'è dubbio — rimbeccò Cesare con ironia. — La Marialì ha fatto le tue vendette... È vero ch'egli si consola con le serve... Del resto, anche Agamennone, re dei re... anche Achille...