— Non scherzare — disse l'Angela. E riprese: — È un disgraziato... Ha rovinato la sua vita, il suo ingegno... ma non è giusto che rovini l'avvenire della sua figliuola, col farle credere ch'ella sola può impedirgli di precipitare nell'estrema abbiezione...
— Parlagli — suggerì il fratello.
— Gli parlerò... Parlerò a lui, alla Marialì... all'Antonietta... a Tullio... Ma tu devi ajutarmi... Pensaci... studia qualche espediente... Fallo per me... Sarà una sciocchezza, ma mi pare che se la cosa riuscisse avrei anch'io qualche anno di quella felicità che non ho mai avuta... e che ormai non posso trovare che nella felicità degli altri... Veder uniti quei due ragazzi... aver di tratto in tratto la loro visita quì, nella nostra Villarosa, palleggiar forse tra le braccia i loro bambini... oh credilo... mi sentirei rinata...
— Cara, cara Angela — disse Cesare, posando le sue mani in quelle di lei. — Se dipendesse da me!... Ma che devo fare?... Non possiamo sposarli per forza... Al più possiamo costringerli a legger dentro sè stessi...
— Ebbene... io son sicura che quando v'abbiano letto, daranno ragione alle mie previsioni.
Cesare tentennava.
— E se accadesse l'opposto?
L'Angela fece segno di no.
— Che potrei far io? — continuò il fratello seguendo il proprio pensiero. — Con nostro cognato non ho linguaggio... E nemmeno con la Marialì... All'Antonietta non tocca a me di parlare su un argomento così delicato... Questo zio d'America ch'ella conosce appena, che non è ancora abbastanza vecchio da imporsi... no, no, non conviene... Con Tullio...
— Sì — interruppe l'Angela. — Incaricati di Tullio.