— Tu appunto — confermò l'Angela. — Non c'è mica un solo modo d'essere egoisti... E vi sono tenerezze, sdilinquimenti più funesti dell'indifferenza... E pure, povero Giulio — ella soggiunse mutando tono, e c'era nel suo accento come un'eco del lontano passato, come una nota dell'amore lontano — e pure tu non eri cattivo... Sono le tue fisime d'artista che ti hanno guastato il cuore... E una volta, pazienza!... Eri giovine, e ai giovani, pare, è permesso di correr dietro a un loro sogno di gloria, di cercar di raggiungerlo, non badando alle lacrime che fanno spargere... Ma ormai?... Che speri?... Che aspetti?... La gloria non viene a chi ha i capelli bianchi... E i tuoi cominciano ad imbiancare... Contentati d'essere un uomo ordinario, un buon padre sopra tutto... Val tanto meglio e dovrebb'esser tanto più facile.
Frassini si disperava. — Rinunciare all'arte e perdere l'Antonietta... Tu non sai quello che domandi, Angela... Non hai proprio pietà di me... Che cosa mi resta se non ho più l'Antonietta?... Lo sai bene quella lì come mi tratta...
E accennò a sua moglie.
La Marialì aperse la bocca a un lungo sbadiglio che mise in mostra i suoi bei dentini bianchi simili a due fili di perle in uno scrigno di raso.
— Dio mio!... Come sei nojoso!
E si alzò per andarsene.
Ma l'Angela la trattenne con un gesto.
— A che prò?
— Tu non puoi lagnarti ch'io ti abbia tediata con le mie querimonie, Marialì — riprese la sorella. — Sei passata sopra il mio cuore, e io ho sofferto in silenzio, augurandoti di render felice l'uomo che m'aveva abbandonata per te... Desideravo così ardentemente di non serbar rancore a nessuno di voi... nè a te, nè a lui...