— Mi avete chiamata?

— Sì — disse l'Angela rizzandosi sui gomiti. — Il tuo babbo ed io t'abbiamo chiamata per una cosa molto, molto importante... Siedi quì, vicino a noi.

Benchè la solennità dell'esordio fosse temperata dall'accento amorevole, una certa ansietà, quasi d'imputato davanti ai suoi giudici, si dipinse sul volto della fanciulla.

L'Angela andò diritta allo scopo.

— Sii sincera, sii franca con noi, Antonietta... Aprici tutto il tuo cuore. Non è vero che tu vuoi un po' di bene a tuo cugino Tullio?

Le guancie dell'Antonietta s'imporporarono ed ella protestò con enfasi: — Non è vero, non è vero niente... Chi lo ha detto?... È stato lo zio Cesare?... Non è vero.

— Calma, bimba mia — ripigliò l'Angela con un sorriso. — Tu neghi con troppo calore, come una che tema d'aver commesso un delitto... E sì che non ci sarebbe ragione di vergognarsi.

L'Antonietta aveva un nodo alla gola.

— Perchè mi tormentate? Perchè dovrei voler bene a mio cugino? — ella diceva a scatti con un'irritazione che tradiva lo sforzo. — Per quello che abbiamo da stare insieme!... Non è in procinto d'imbarcarsi per l'America?... Buon viaggio, buona fortuna!

— Oh, il bastimento non è ancora pronto — ribattè l'Angela con una scrollatina di spalle.