L'Angela segnò i posti.

— Quì il babbo, quì la mamma... Fra loro due seggo io. — E soggiunse più piano: — Bisogna che li ajuti, poveretti... Tu, Letizia, mettiti là, di fronte a me... La Marialì a destra del babbo, Luciano a sinistra della mamma... Dirimpetto a lei l'Adele... Fra l'Adele e la Letizia si metta Frassini... Alla destra della Letizia Girolamo e Cesare... I ragazzi ai due capi della tavola... Ma non così... Max e Fritz potrebbero dividersi.

La Letizia intervenne. — No, lasciali stare... Son sempre insieme.

— Capisco, ma...

Guardandosi intorno, l'Angela incontrò gli occhi supplichevoli di Tullio e dell'Antonietta ch'erano seduti accanto e che parevano dire: — Per amor del cielo, cara zia, non guastar le cose.

L'Angela non insistette e sorrise a questi due nipoti che le destavano tanta maggior simpatia degli Alvarez, duri e impettiti come due figurini d'un giornale di mode.

— Càstore e Pollùce — disse scherzosamente Cesare Torralba. — Però quei due figliuoli, quando saranno ufficiali, stenteranno a farsi imbarcare nello stesso bastimento.

— Non saranno ufficiali — replicò la Letizia con un'intonazione acre nella voce.

Vi fu un grido di meraviglia. — Oh bella! Non sono all'Accademia navale?

— Erano — rispose la madre, — ma li abbiamo levati, e non torneranno più... Anche mio marito, quando avrà terminato il suo imbarco, darà le sue dimissioni... Non si può servire questo governo... Il babbo lo sa.