Vignoni si affrettò a tranquillarla. — Perchè?... Sono vecchi, s'intende... Le nozze d'oro non si festeggiano dai giovani... Ma hanno i visceri sani... Il commendatore, se non fossero gli occhi, sarebbe un miracolo...
— Gli occhi e i denti — interruppe l'Angela.
— Questi può sempre rimetterli... A ogni modo, non mostra i suoi ottant'anni... E la signora Laura è piena d'acciacchi, lo so, piena di disturbi nervosi e reumatici, il cuore è un po' debole, ma, per ora, di serio, di grave non c'è nulla... E se ci pensasse meno sarebbe tanto di guadagnato... Questa distrazione forzata non le farà male... No, no, signorina, vedrà che non succederanno guai.
Rinnovati i saluti, Vignoni inforcò il suo cavallo d'acciaio e sparve in un nembo di polvere, accompagnato dagli abbajamenti furiosi di Lupo, il cane della fattoria.
— Lupo! Lupo! — chiamò l'Angela. E l'animale, chetatosi per incanto, venne ad accovacciarsele ai piedi, mentr'ella gridava dietro al dottore: — Dica a sua moglie che se vuol portare oggi i bimbi troveranno ancora dell'uva sotto la pergola...
— Grazie — rispose la voce che si perdeva lontano.
L'Angela si chinò ancora una volta a carezzar il cane; poi discorrendogli come a una persona lo indusse a tornar verso la fattoria.
— No, Lupo, sai che non si entra... Sai che il padrone non vuol bestie in giardino.
Lentamente, ella ritornò sui suoi passi. Il sole, uscendo fuor dalle nuvole, illuminò la facciata della vecchia casa grigia, illuminò, sul portone, il quadrante del vecchio orologio.
— Quasi le nove... La mamma mi aspetta per alzarsi — pensò Angela Torralba salendo i pochi gradini che mettevano alla sala terrena. Sul ripiano si voltò; aveva sentito uno scalpiccìo sulla ghiaja.