Non tutto però l'uditorio si trovava nelle stesse disposizioni d'animo. Se il dottor Vignoni era in estasi e ritto accanto al pianoforte voltava le pagine alla suonatrice, se la signora Cesira, la maestra comunale di San Vito, affetta da uno strabismo che si esacerbava per ogni emozione inconsueta pareva guardar fuori del mondo conosciuto, se il signor Domenico Sarni, il farmacista, si leccava i baffi come per un buon boccone mangiato, se Tullio nel suo entusiasmo per la cugina prorompeva in continue esclamazioni ammirative, il commendatore Ercole, col berretto calato sul naso, sonnecchiava sulla poltrona, l'Adele, accostata la sedia alla tavola, sfogliava la Tribuna, la Letizia e i figliuoli avevano un risolino sarcastico sul labbro, e la Marialì, poco o punto curandosi dei successi pianistici della sua ragazza, mostrava l'inquietudine della civetta la quale non sa persuadersi che nessuno si occupi di lei.
— Cara, cara, cara!... Vieni quì che ti dia un bacio — gridò la signora Laura dopo che l'Antonietta si fu fermata sulle ultime note del coro d'introduzione della Norma.
— E un bacio anche a me! — soggiunse l'Angela. — Non foss'altro, pel piacere che dài alla nonna.
— Torna al pianoforte — riprese la vecchia signora, che, nell'eccitazione di quella sera, scordava i suoi reumatismi e si moveva e gestiva come non s'era mossa e non aveva gestito da un pezzo. — C'è tanta musica lì in quello scaffale.
— L'Antonietta legge a prima vista con grande facilità — sentenziò la Letizia rivolgendosi a sua sorella Marialì, — ma spero che a casa la farai studiare sul serio.
— A Firenze ha preso sei lezioni da Buonamici e poi non ha più voluto saperne.
— Sfido! — protestò l'Antonietta. — Mi rimetteva agli esercizi.
— Naturale, i fondamenti ci vogliono.
— Lasciali discorrere e va al pianoforte — tornò a dire la signora Laura.
Ma la Letizia non si diede per vinta.